
Veduta storica dello stabilimento della Cantina Sociale del Campidano di Terralba
– Dalla cooperazione del dopoguerra alla memoria di un territorio –
Il 12 dicembre 1948, nella sala delle adunanze del municipio di Terralba, prese forma un progetto destinato a modificare i rapporti economici della viticoltura locale. La nascita della Cantina Sociale del Campidano di Terralba offriva ai produttori la possibilità di trasformare insieme le uve, conservare meglio il vino e affrontare il mercato con una forza che il singolo agricoltore difficilmente poteva esercitare. La sua storia attraversa la ricostruzione del dopoguerra, l’espansione degli impianti, la ricerca di una maggiore riconoscibilità dei vini e una crisi che, negli anni Novanta, interruppe l’attività produttiva. Oggi il destino del complesso di via Marceddì continua a riguardare la comunità che lo aveva costruito.
La vendemmia e la debolezza dei produttori
Le testimonianze e la documentazione storica della cantina restituiscono un’immagine severa della Terralba del dopoguerra: famiglie impoverite, difficoltà di collocamento del raccolto e viticoltori esposti alle condizioni imposte dagli acquirenti. Le memorie dei protagonisti, raccolte dopo l’avvio dell’impresa, aiutano a comprendere le ragioni che spinsero i produttori a organizzarsi insieme.
Alla fragilità commerciale si aggiungevano i limiti della vinificazione domestica. Le uve potevano essere buone, ma lavorazioni e conservazione inadeguate compromettevano il prodotto. Il raccolto imponeva inoltre tempi stretti: chi non disponeva di locali e attrezzature sufficienti aveva poche possibilità di rinviare la vendita. La cooperazione prometteva di intervenire su entrambi i fronti, riunendo la trasformazione e la commercializzazione e riducendo la dipendenza dei produttori dalle trattative individuali.
Nella testimonianza conservata nell’opuscolo dedicato ai primi venticinque anni di attività, pubblicato nel 1974, l’enologo Michele Paglietti colloca nel 1947 un incontro decisivo. Tornato da Rodi, si era recato a Terralba per acquistare vino e aveva constatato quanto il valore delle uve fosse penalizzato dalle alterazioni del prodotto. Ne parlò con Severino Lay, capitano di marina in congedo, che comprese le possibilità offerte da un’organizzazione comune. Le fonti riportano il cognome anche nelle forme Lai e Laj: dietro le varianti grafiche emerge la stessa figura di promotore, capace di tradurre una proposta tecnica in un’iniziativa collettiva

Il lavoro fra i filari
Una fondazione collettiva
La documentazione storica della cantina e il prospetto sulla ripartizione territoriale indicano 266 soci alla costituzione del 12 dicembre 1948. Questo numero va distinto dal gruppo più ristretto degli animatori dell’impresa. La memoria della cantina ricorda infatti un comitato promotore di tredici persone, mentre altre ricostruzioni tramandano un elenco di ventitré nomi collegati alla fondazione. Sovrapporre queste diverse cerchie rischia di ridurre una mobilitazione ampia alla sola azione dei suoi rappresentanti. La differenza di una unità richiede il controllo dell’atto costitutivo, senza confondere il totale degli aderenti con i gruppi dei promotori e dei garanti.
Nel comitato ricordato dalle memorie della cantina figuravano Severino Lay come presidente, Giuseppe Garau come vicepresidente e Salvatore Tuveri come tesoriere. Con loro operavano Paolino Melis, Efisio Melis, Giuseppe Espis, Guerino Melis, Ioele Atzeni, Remigio Sequi, Vittorio Mundula di Mogoro, Guglielmo Saba di Pabillonis, Silvio Saba di Guspini e Giuseppe Pinna di Marrubiu. La presenza di uomini provenienti da altri comuni mostra come l’iniziativa avesse, fin dall’inizio, un orizzonte territoriale più ampio di Terralba.
Salvatore Tuveri ricordava le visite nei paesi vicini per raccogliere adesioni. Convincere i viticoltori significava chiedere loro di affidare il prodotto del proprio lavoro a un organismo nuovo, accettare regole condivise e contribuire a investimenti i cui risultati non erano immediati. Nel racconto delle origini compaiono anche Andrea Borghesan e Domenico Olla, ricordati per il sostegno all’iniziativa. La rete di competenze e relazioni affiancava così l’impegno dei coltivatori.
Il motto latino della cantina, tramandato con qualche oscillazione nella grafia, associava la concordia alla crescita e la discordia alla rovina. Esprimeva una condizione concreta del progetto: la cooperativa avrebbe potuto funzionare soltanto se la fiducia iniziale fosse diventata una pratica durevole, fatta di conferimenti, decisioni assembleari e responsabilità economiche.

Movimentazione merci nello stabilimento
La prima vinificazione e il capitale dei soci
Tra la costituzione e la prima campagna produttiva trascorsero anni di preparazione. La serie statistica conservata nella documentazione della cantina comincia con il 1951/52: 443 soci, 76 ettari indicati nel prospetto, 3.803 quintali di uva lavorata e 2.781 ettolitri complessivi di vino ottenuto. Le dimensioni iniziali erano modeste rispetto a quelle successive, ma l’avvio richiese soluzioni pratiche e un impegno finanziario diretto.
Severino Lay mise a disposizione, secondo le memorie della cantina, 500 mila lire. Con le somme raccolte si acquistarono una pigiatrice diraspatrice, un torchio continuo, pompe e tubazioni. La lavorazione cominciò in un magazzino dell’ingegner Remigio Sequi; recipienti recuperati presso i soci e una bilancia presa in prestito consentirono di organizzare il ricevimento e la trasformazione delle uve. Una parte del vino venne ospitata presso la cantina sociale di Quartu e venduta attraverso quella struttura.
Il passaggio allo stabilimento proprio comportò un nuovo sacrificio. Nel 1952 il consiglio autorizzò la costruzione del primo lotto, da 12.000 ettolitri. La documentazione storica riporta un contributo regionale superiore a 28 milioni di lire e un mutuo di 22 milioni con la Banca Nazionale del Lavoro. Ai soci veniva richiesto un apporto in conto capitale pari al 25 per cento del raccolto dell’annata successiva all’ammissione; un gruppo di soci garantiva l’iniziativa attraverso fideiussioni personali.
La partecipazione alla cooperativa assumeva quindi un significato materiale preciso. Una quota delle risorse prodotte dalle vigne veniva trasformata in edifici, macchinari e capacità di conservazione. Il sostegno regionale rendeva possibile l’investimento, mentre le garanzie e gli apporti dei soci mostravano quanto il rischio dell’impresa restasse legato alle persone che l’avevano promossa.

Botte di legno della “Sagrestia” per l’invecchiamento
I soci fideiussori del 1952
La costruzione della cantina richiese anche l’assunzione di responsabilità personali. Il prospetto storico intitola espressamente ai soci fideiussori per la fondazione del 1952 un elenco nominativo. La data riguarda la fase di realizzazione e finanziamento dell’impresa, successiva alla costituzione della cooperativa del 1948.
L’elenco comprende Severino Lay, Ioele Atzeni, Giuseppe Cuccu, Antonio Dessì, Giuseppe Espis, Claudio Floris, Francesco Floris, Giuseppe Garau, Efisio Melis, Guerino Melis, Paolo Melis, Francesco Meloni, Vittorio Mundula, Salvatore Pau, Giuseppe Pinna Muscas, Raimondo Piras, Guglielmo Saba, Silvio Saba, Elviro Tuveri, Salvatore Tuveri, Efisio Usai ed Erminio Vaccargiu. Lay è riportato nel documento con le qualifiche di capitano, cavaliere e ufficiale.
Il ruolo di Erminio Vaccargiu precede quindi la sua presidenza: nel 1952 compare fra i garanti, mentre l’albo dei presidenti ne colloca il mandato dalla campagna 1956–57. La coincidenza dei nomi mostra quanto la continuità della cooperativa dipendesse dall’impegno economico e amministrativo delle stesse persone.
Il riepilogo storico pubblicato nel 1974, in occasione del venticinquesimo anniversario di attività, indica molti di questi uomini tra i fondatori della cooperativa, mentre il prospetto ne attesta più precisamente il ruolo di fideiussori. Le due qualifiche possono coincidere per alcune persone, ma l’elenco va considerato come testimonianza di uno specifico gruppo di partecipanti, distinto dalla compagine complessiva dei soci costituita nel 1948.
La crescita nel Campidano
I prospetti statistici della cantina permettono di seguire l’ampliamento della base sociale e dei conferimenti. Nel 1957/58 i soci erano 1.014; nel 1962/63 avevano raggiunto quota 1.250 e le uve lavorate ammontavano a 124.426 quintali. Un’altra vendemmia di dimensioni analoghe fu quella del 1969/70, con 124.146 quintali. Nel 1973/74 si contavano 1.482 soci e 1.711 ettari nel prospetto.
La crescita non fu regolare. Dopo i 87.271 quintali del 1959/60, il conferimento scese a 49.801 nel 1960/61; dopo i 124.426 del 1962/63, passò a 71.366 nel 1963/64. Anche quando la superficie e la compagine sociale aumentavano, il raccolto rimaneva esposto alle condizioni delle singole annate. Per il 1972/73 e il 1973/74 la documentazione della cantina richiama in particolare i danni delle gelate: le uve lavorate furono rispettivamente 77.939 e 75.035 quintali.
Questi dati aiutano a leggere la cantina come un’organizzazione che doveva assorbire oscillazioni rilevanti. Gli impianti erano dimensionati per ricevere grandi raccolti, ma la loro disponibilità non assicurava che ogni vendemmia li utilizzasse pienamente. La capacità dei recipienti, misurata in ettolitri, va inoltre tenuta distinta dal peso delle uve conferite, espresso in quintali, e dalla quantità di vino effettivamente prodotta.
La ripartizione territoriale dei 1.482 soci restituisce la geografia dell’impresa. Terralba ne contava 1.146, circa il 77,3 per cento; San Nicolò d’Arcidano 165 e Uras 108. Seguivano Marrubiu con 18, Guspini con 13 e Pabillonis con 11. Altri 21 soci erano distribuiti fra Mogoro, Arbus, Arborea, Gonnosfanadiga, Villaurbana e Palmas Arborea. Il prospetto documenta dunque dodici comuni, con una netta prevalenza terralbese e una presenza significativa dei due centri più vicini.

La linea di lavaggio e controllo delle bottiglie
Via Marceddì e la costruzione dello stabilimento
Nella relazione allegata alla richiesta di finanziamento del marzo 1951, Severino Lay motivava la scelta dell’area di via Marceddì con la vicinanza al centro produttivo, alla rete stradale e all’energia elettrica, la disponibilità di acqua e le possibilità di espansione. Lo stabilimento veniva pensato come una struttura destinata a crescere.
Il primo progetto fu elaborato dagli ingegneri De Martis e Sardelli di Poggibonsi, mentre nel 1951 la Regione concesse un contributo di 56.641.000 lire per la realizzazione dell’opera. Il disegno iniziale non sarebbe stato realizzato nella forma finanziata: una variante precedette la costruzione del primo lotto, poi chiamato cantina A.
Negli anni Sessanta furono realizzati la cantina B, le torri vinarie e i vinificatori. La cantina C risale ai primi anni Settanta, sulla base di un progetto dell’ingegnere Francesco Princivalle elaborato fra il 1969 e il 1972, che prevedeva anche l’acquisto di terreno adiacente. Negli anni Ottanta si aggiunsero fra A e B due capannoni metallici per imbottigliamento e deposito dei vuoti, mentre uno spazio fra B e C venne chiuso per collegare i fabbricati.
Questa successione aiuta a leggere la cantina come un insieme di edifici adattati nel tempo. Le date delle singole opere non coincidono necessariamente con quelle di approvazione dei progetti o delle campagne produttive: il riepilogo che indica il primo locale ultimato nel 1951 resta da confrontare con il racconto del primo lotto autorizzato nel 1952.

Veduta storica del complesso cresciuto per ampliamenti successivi
Gli impianti e il lavoro
L’ampliamento dello stabilimento seguì per lotti lo sviluppo dell’attività. Il prospetto storico della cantina registra una capacità dei vasi vinari di 42.239 ettolitri nel 1957/58, 82.617 nel 1960/61 e 113.217 nel 1969/70. Con il decimo lotto, riferito alla campagna 1973/74, la capacità raggiunse 160.696 ettolitri.
La cantina si era ormai trasformata in un complesso produttivo assai diverso dai locali provvisori delle prime vinificazioni. Le torri vinarie, i vinificatori e i nuovi reparti consentivano una gestione più articolata delle diverse fasi di lavorazione. Nel 1974, la documentazione della cooperativa riportava un contributo di 411 milioni di lire destinato all’imbottigliamento e all’acquisto di nuovi macchinari. Particolare rilievo veniva attribuito all’impianto di vinificazione a caldo, realizzato dalla IMECA e identificato come sistema Plasmati, espressione della volontà di modernizzare i processi di lavorazione delle uve rosse.
La trasformazione tecnica coinvolgeva anche le competenze. Il laboratorio di analisi affiancava il lavoro dell’enologo e il controllo dei vini. Il riepilogo sulla storia della cantina descrive un organico composto da un direttore tecnico, tre impiegati, nove operai e cinque addetti alla rivendita, con l’assunzione di 25–50 lavoratori stagionali durante la vendemmia. La fonte non precisa l’anno al quale si riferisce questo assetto, che va letto come testimonianza di una fase dell’attività e non come organico costante dell’intera storia.
Lo stesso documento ricorda la fornitura ai soci di zolfo, concimi, prodotti per la difesa della vite e attrezzature. La cooperativa si inseriva così anche nella vita quotidiana delle aziende agricole. Il suo ruolo comprendeva la trasformazione del raccolto, l’accesso ai mezzi di produzione e il rapporto fra il lavoro nelle vigne e quello nello stabilimento.

Il dottor Picciau al lavoro nel laboratorio di analisi della cantina
La cantina sui mercati nel 1958
Il quotidiano “Il Tempo” del 28 novembre 1958 documenta una cantina già inserita nei mercati dei maggiori centri italiani. Il servizio descrive impianti capaci di imbottigliare 1.500 bottiglie all’ora e un laboratorio di analisi particolarmente attrezzato; affianca al presidente Erminio Vaccargiu il tecnico Dinetto, al quale attribuisce la guida quotidiana dello stabilimento.
I vini partivano per Milano, Genova, Brescia, Torino e Roma. Una parte proseguiva verso Francia e Spagna attraverso operatori commerciali dell’Italia settentrionale. L’articolo richiamava la necessità che le cooperative sarde organizzassero rapporti più diretti con l’estero: l’espansione della produzione rendeva sempre più importante controllare anche la vendita.
Le autocisterne raggiungevano il porto di Torregrande, ma il giornale ne denunciava l’insufficienza e chiedeva banchine e impianti adatti a traffici maggiori. La storia del vino terralbese si collegava così alle infrastrutture e alle prospettive economiche dell’Oristanese.
Il servizio contava 232 vasche e dichiarava una capacità superiore a 60.000 ettolitri, prospettando ampliamenti a 85.000 e poi a 120.000. Le cifre non coincidono con la capacità di 42.239 ettolitri riportata dal prospetto per il 1957–58: data di rilevazione e criteri di conteggio potrebbero differire. Gli ampliamenti annunciati erano obiettivi, mentre il tono elogiativo dell’articolo esprimeva la fiducia di quella fase.

Vasche di vinificazione

Un’immagine storica dei carri in fila per il conferimento delle uve in cantina (foto Pro loco Terralba)
Una comunità che si amministrava
La documentazione del venticinquennale della cantina conserva nomi e cariche che consentono di riconoscere le persone dietro i risultati produttivi. L’albo dei presidenti ricorda, dopo Lay, le presidenze di Erminio Vaccargiu, Francesco Meloni ed Efisio Cuccu. Il prospetto del consiglio eletto il 9 settembre 1973 indica Tigellio Tuveri come presidente e Carlo Putzolu come vicepresidente. L’albo del 1974 colloca Vaccargiu dalla campagna 1956–57 al 1963–64, Meloni dal 1964–65 al 1966–67, Cuccu dal 1967–68 al 1972–73 e Tuveri dal 1973–74. Il riepilogo storico ricorda poi Giovanni, noto Nino, Putzolu, Ignazio Pintus, Nino Lotta, Elisio Pala, Lucio Porcella ed Emilio Aramu, senza precisare le date dei mandati.
Gli altri consiglieri erano Pietro Cannas, Virgilio Concas, Virgilio Corona, Leopoldo Corrias, Efisio Cuccu, Ottavio Dessì, Angelo Lilliu, Bruno Mannai, Giovanni Putzolu, Salvatore Tuveri e Giuseppe Uccheddu. Nel collegio dei sindaci figuravano Elio Lai come presidente, l’avvocato Luigi Greco e il dottor Antonio Lallai come sindaci effettivi. Anche questa pagina documenta il rapporto con il territorio: Concas rappresentava San Nicolò d’Arcidano e Corrias proveniva da Uras.
La ricostruzione degli organi sociali descrive un’assemblea fondata sul principio di un socio e un voto e un consiglio di tredici membri, eletto per tre anni. In questa struttura la partecipazione non terminava con la consegna dell’uva. Riguardava le scelte sugli investimenti, l’organizzazione del lavoro e la distribuzione dei risultati economici. La crescita imponeva quindi alla comunità dei produttori problemi di amministrazione sempre più complessi.

L’albo dei presidenti pubblicato nel 1974. L’indicazione «tuttora in carica» si riferisce a quell’anno

I vini e la ricerca di un nome sul mercato
Terralba Rosso, Rosato, Gregu Nieddu e Monica di Sardegna. Il bianco era descritto come un insieme di Nuragus, Vernaccia e Trebbiano; il rosso riuniva uve indicate come cagniularis, Bovali, Monica e Girò, con grafie proprie della scheda. Il Gregu Nieddu veniva presentato come una prova di valorizzazione dei vini tipici sardi.
Gli abbinamenti suggeriti, dal pesce agli arrosti e alla cacciagione, mostrano un tentativo di comunicare il prodotto al consumatore. Le gradazioni indicate per il bianco e il rosato erano comprese fra 11,5 e 12 gradi; per il rosso fra 12 e 13; per il Gregu Nieddu fra 13,5 e 13,7.
La serie produttiva conferma la prevalenza dei rossi, ma permette anche di evitare generalizzazioni. Nel 1969/70 furono ottenuti 85.442 ettolitri di rosso, 15.595 di bianco, 1.750 di rosato e 266 di altri vini: il rosso rappresentava circa l’83 per cento del totale. Nel 1973/74 la quota saliva a poco più dell’88 per cento, la specializzazione era evidente.
Le valutazioni aziendali del 1974 individuavano nella commercializzazione un compito ancora aperto: rafforzare l’imbottigliamento, trovare accordi con altre cantine e conquistare mercati più remunerativi. La capacità di lavorare grandi quantità non bastava, da sola, a garantire un ritorno adeguato ai produttori. Occorreva che il vino conservasse sul mercato una parte maggiore del valore generato nel territorio.
Il riconoscimento della denominazione di origine controllata Campidano di Terralba, o Terralba, avvenne con il decreto del Presidente della Repubblica del 15 novembre 1975, pubblicato il 6 marzo 1976. Il riconoscimento riguardava la denominazione territoriale, aperta ai produttori che ne rispettavano le condizioni. La successiva evoluzione del disciplinare, nella versione ministeriale aggiornata al 2014, identifica le tre tipologie: Bovale, Bovale Riserva e Bovale Superiore e una base di almeno l’85 per cento di Bovale (Bovaleddu)e/o Bovale grande (Bovale di Spagna).

La presentazione dei vini e degli abbinamenti gastronomici nel materiale promozionale dell’epoca
Il declino della produzione vinicola
La crescita lasciò progressivamente posto a una fase più difficile. Il riepilogo storico trasmesso indica, per il 1976, 1.636 soci e 1.734 ettari; per il 1983 riporta 1.332 soci e 1.028 ettari. La contrazione emerge soprattutto dai conferimenti degli anni successivi: circa 109.700 quintali nel 1984/85, 69.900 nel 1988/89, 32.000 nel 1989/90, 19.600 nel 1990/91 e 13.800 nel 1991/92. Tra il 1984/85 e il 1991/92 la diminuzione, sui valori arrotondati della fonte, fu prossima all’87 per cento.
Il documento collega il declino alla minore redditività della vite, agli incentivi per l’estirpazione, all’orientamento verso altre colture e alla riduzione della partecipazione dei conferitori. Richiama anche la vendita delle uve ad acquirenti privati e il passaggio di produttori alla vicina cantina di Marrubiu, attratti da condizioni economiche ritenute più favorevoli. Questi elementi descrivono una lettura della crisi; senza una verifica dei bilanci non consentono di misurare il peso di ciascuna causa né di attribuire responsabilità individuali.
Il calo dei volumi rendeva più difficile sostenere una struttura costruita per una base produttiva molto più ampia. È una conseguenza economica plausibile: quando diminuisce la materia prima, i costi degli edifici, degli impianti e dell’organizzazione devono essere ripartiti su meno prodotto. Per la cantina di Terralba questa spiegazione deve tuttavia restare distinta da una ricostruzione contabile, che richiederebbe l’esame dei documenti aziendali.
Un articolo della Nuova Sardegna del 19 novembre 2011 e il riepilogo storico indicano il 1995 come anno della chiusura. La documentazione disponibile suggerisce una cessazione maturata nella seconda metà degli anni Novanta, con una coda di rapporti economici e obbligazioni protratta nel tempo. La liquidazione volontaria del 6 dicembre 1999 costituisce un ulteriore passaggio societario.

Il confezionamento delle bottiglie per la distribuzione
La liquidazione e la difesa del patrimonio
Alla progressiva diminuzione dei conferimenti si accompagnarono tentativi di individuare nuove prospettive produttive. Tra questi, negli anni Novanta, vi fu un progetto di riconversione nel settore orticolo, che tuttavia non ebbe successo. L’iniziativa testimonia la ricerca di alternative alla crisi, sebbene le informazioni disponibili non consentano di valutarne gli esiti economici.
Le ricerche documentano successivamente la dismissione di macchinari e attrezzature e la stipula di un contratto preliminare di vendita del complesso a una società immobiliare di Cagliari. A seguito di tale accordo furono avviate opere di demolizione all’interno della cantina A.
Il 17 ottobre 2003 i soci deliberarono la revoca dello stato di liquidazione e lo scioglimento del contratto preliminare, contestando alcune inadempienze dell’acquirente. Nel 2007, a seguito di una sentenza del Tribunale di Oristano, la cooperativa rientrò in possesso del fabbricato, la cui struttura risultava ormai profondamente alterata dalle demolizioni.
Una successiva testimonianza del presidente della cooperativa Cantine Terralba rivela come, nonostante le difficoltà, fosse ancora presente la volontà di rilanciare l’attività produttiva. Si ipotizzava di attrezzare la cantina C per la produzione di vini di qualità, affiancando all’attività vinicola iniziative legate al turismo enogastronomico. Era inoltre prevista la possibilità di destinare parte del complesso ad attività culturali, attraverso il coinvolgimento dell’amministrazione comunale.
Le fotografie risalenti a quest’ultima fase documentano le condizioni della cantina dopo gli interventi di demolizione. Il futuro del complesso industriale si collocava ormai al centro di una questione più ampia, nella quale si intrecciavano prospettive economiche e tutela della memoria collettiva. La conservazione degli edifici avrebbe potuto rappresentare tanto un’opportunità di recupero funzionale quanto un modo per preservare una testimonianza significativa della storia del lavoro e della comunità terralbese.
La fine dell’attività non cancellò gli impegni economici della cooperativa. Nel 2011 la stampa riferiva una richiesta di pignoramento promossa dall’ex enologo Renzo Panetto per crediti retributivi e previdenziali. Nel 2013 la rivista locale documentava la preoccupazione per il futuro dell’immobile e per i crediti dei conferitori. Il complesso conservava così un valore patrimoniale, mentre continuava a essere considerato parte della storia collettiva di Terralba.
Negli anni successivi il tema si spostò verso il recupero. Nel 2019 venne annunciato un progetto che comprendeva un museo del vino, una sala convegni e spazi per nuove attività. La documentazione urbanistica comunale descrive il Programma integrato per il riordino urbano finalizzato alla riqualificazione di una parte dell’ex cantina. Nel maggio 2026 la stampa locale riferiva che l’approvazione definitiva della variante necessaria al progetto era all’ordine del giorno del consiglio comunale.
Conservare la memoria della cantina richiede anche attenzione ai suoi documenti. I registri dei soci, i verbali, i prospetti di conferimento, le fotografie e le testimonianze dei lavoratori possono restituire una storia più precisa di quella affidata soltanto alle celebrazioni o al ricordo della crisi. Un eventuale museo avrebbe in questo patrimonio una parte essenziale del proprio contenuto: il rapporto fra famiglie, vigne, lavoro industriale e amministrazione cooperativa.
Un’esperienza che appartiene al territorio
La Cantina Sociale del Campidano di Terralba nacque dalla necessità di dare ai viticoltori strumenti che non potevano procurarsi individualmente. I conferimenti trasformati in capitale, le garanzie personali e la crescita degli impianti mostrano quanto la costruzione della cooperativa dipendesse dalla disponibilità dei soci a investire nel tempo. La successiva crisi ricorda quanto quella stessa struttura fosse esposta alla riduzione dei raccolti conferiti, alla redditività delle vigne e alla capacità di vendere il vino.
Il suo significato storico resta legato a questa esperienza concreta. Nel dopoguerra centinaia di produttori cercarono di modificare la propria posizione economica organizzandosi insieme. Per decenni la cantina diede forma a quella scelta, collegando aziende di più comuni e creando lavoro e competenze. Restituire una funzione al complesso di via Marceddì significa anche rendere leggibile questo percorso, comprese le difficoltà che lo interruppero.
In un testo del 1974 firmato da Tigellio Tuveri e conservato nella documentazione storica della cantina, la cooperativa veniva descritta come uno strumento per assicurare ai soci e ai loro figli autonomia di lavoro, benessere economico e progresso sociale. Quelle parole esprimevano il legame fra l’attività produttiva e le aspettative delle famiglie, richiamando i soci alla partecipazione e alla responsabilità condivisa.


Immagini degli impianti e delle attrezzature di lavorazione
La cantina nella comunicazione dell’epoca
La pubblicità lega il nome della cooperativa al territorio e alla tradizione del vino. Terralba è evidenziata nella mappa, mentre il grappolo, il calice e il marchio accompagnano la denominazione dell’azienda. Indirizzo e recapito telefonico riprodotti appartengono al documento storico.

Pubblicità storica della Cantina Sociale del Campidano di Terralba
