San Pietro Apostolo
Storia della sede episcopale della chiesa e della comunità

Premessa
San Pietro Apostolo custodisce la memoria della diocesi medievale di Terralba in un edificio profondamente trasformato fra Ottocento e Novecento. La sua storia unisce le istituzioni ecclesiastiche del Giudicato di Arborea, la vita delle comunità della pianura e le vicende di una fabbrica più volte adattata alle necessità del culto. L’iscrizione del 1144, la documentazione sui vescovi e sul Capitolo, le testimonianze dell’abside romanica e gli arredi conservati permettono di seguire queste trasformazioni lungo quasi nove secoli.
La cattedrale va osservata su due piani. Il primo riguarda la sede episcopale, le sue unioni con Ales e il destino dei benefici canonicali; il secondo riguarda le murature, gli spazi liturgici e gli oggetti. Le due storie procedettero con ritmi differenti: l’autonomia episcopale cessò all’inizio del Cinquecento, mentre una parte rilevante della chiesa medievale continuò a essere utilizzata fino al Novecento. La pubblicazione segue entrambi i percorsi e ricostruisce il legame fra San Pietro e la comunità terralbese.
Indice
1 Terralba nella riorganizzazione ecclesiastica della Sardegna
2 Il vescovo Mariano e l’iscrizione del 1144
3 Neapolis e le tradizioni sulle origini
4 La fabbrica romanica e il confronto con Santa Giusta
5 Vescovi e Capitolo nell’età giudicale
6 Le rendite della cattedrale e il territorio diocesano
7 Guerre crisi demografica e divisioni ecclesiastiche
8 La prima unione con Ales e il ritorno del vescovo
9 Il riordino del 1503 e la trasformazione del Capitolo
10 La ripresa seicentesca e la vita parrocchiale
11 Il fonte battesimale e gli arredi della chiesa
12 Il cantiere ottocentesco e la convivenza fra due chiese
13 La perdita dell’abside e la consacrazione del 1933
14 La chiesa attuale e la memoria della cattedrale
15 Una storia affidata alle pietre agli oggetti e alle scritture
Cronologia essenziale
Fonti e bibliografia
1 Terralba nella riorganizzazione ecclesiastica della Sardegna
La formazione della diocesi di Terralba si colloca nella riorganizzazione della Chiesa sarda fra XI e XII secolo. In questa fase le circoscrizioni ecclesiastiche assunsero un assetto strettamente legato ai giudicati e ai loro territori. Le sedi episcopali erano luoghi di governo pastorale e, insieme, centri di relazioni politiche, amministrazione patrimoniale e produzione documentaria. La scelta di un abitato come residenza vescovile ne accresceva il rilievo rispetto alle comunità circostanti.
La ricostruzione proposta da Raimondo Turtas riconduce la formazione della provincia ecclesiastica arborense al processo avviato nella seconda metà dell’XI secolo. Nel 1073 risultavano già operanti le sedi metropolitane di Cagliari e Torres, i cui arcivescovi ricevettero da Gregorio VII consacrazione e pallio. Un privilegio di protezione di Urbano II, databile fra il 1088 e il 1099, attesta anche la sede arborense, senza risolvere da solo la questione della dignità che essa possedeva in quel momento.
Entro il XII secolo la provincia di Arborea comprendeva le diocesi suffraganee di Santa Giusta, Usellus e Terralba. La giurisdizione terralbese si estendeva sulle curatorie di Bonorzuli e Montis, coinvolgendo una parte della pianura e delle aree interne ben più ampia dell’attuale comune. La vicinanza degli abitati, la distribuzione delle terre e i percorsi fra pianura, colline e costa formavano il contesto nel quale la sede esercitava le proprie funzioni.
Questa cornice consente di collocare la nascita della diocesi, ma lascia aperta la data precisa della sua istituzione. Il primo vescovo individualmente documentato con sicurezza è Mariano, ricordato nel 1144. La data appartiene alla storia già avviata della sede: l’esistenza di un vescovo capace di promuovere un intervento monumentale presuppone un’organizzazione ecclesiastica, anche se la durata della fase precedente rimane incerta.
2 Il vescovo Mariano e l’iscrizione del 1144
Il 10 maggio 1144 costituisce il più antico riferimento puntuale per la storia edilizia di San Pietro. Un’iscrizione, tramandata dagli eruditi e collocata secondo la testimonianza seicentesca presso il portale maggiore, attribuiva al vescovo Mariano la posa dei limina della chiesa. La tradizione del testo conserva la formula latina seguente, qui riportata con scioglimento delle abbreviazioni e punteggiatura normalizzata.
Anni Domini cum mille et centum quadraginta quatuor currerent, Maii die decima, Episcopus Marianus haec posuit limina.
Nell’anno del Signore millecentoquarantaquattro, il giorno dieci di maggio, il vescovo Mariano pose queste soglie.
Il termine limina indica anzitutto le soglie e può richiamare, per estensione, l’ingresso o la parte monumentale dell’edificio cui l’epigrafe si riferiva. La formulazione registra un intervento edilizio e il suo promotore. Per stabilire se si trattasse dell’avvio di una costruzione, del completamento di una fabbrica o della trasformazione di una chiesa precedente sarebbero necessari ulteriori dati. Anche l’identificazione del 10 maggio con una cerimonia di consacrazione rappresenta una lettura più ampia del testo, che non contiene un’esplicita formula consacratoria.
Nel Seicento Francisco de Vico trascrisse l’iscrizione e interpretò l’opera di Mariano come una riedificazione della cattedrale. Il valore della sua testimonianza consiste sia nella trasmissione del testo sia nell’indicazione della sua collocazione. Occorre tuttavia tenere distinto il contenuto dell’epigrafe dalla spiegazione fornita dallo storico, vissuto diversi secoli dopo il cantiere. La successiva Sardinia sacra di Antonio Felice Mattei aprì con Mariano la serie dei vescovi terralbesi, consolidando il ruolo del 1144 nella memoria della sede.
Pochi anni più tardi, intorno al 1146–1147, il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado ricorda Alibrandino, chiamato anche Ildebrandino nelle ricostruzioni storiche, fra i vescovi presenti alla consacrazione della chiesa del monastero. Accanto a lui compaiono l’arcivescovo arborense e altri presuli dell’isola. Il documento colloca il vescovo di Terra Alba dentro una rete di rapporti che univa corte giudicale, episcopato e comunità monastiche.
3 Neapolis e le tradizioni sulle origini
La storia di Terralba appartiene al paesaggio del Golfo di Oristano e ai mutamenti che interessarono gli antichi centri costieri. Neapolis costituisce per questo un riferimento essenziale. La sua lunga vicenda e la trasformazione degli insediamenti della pianura aiutano a comprendere il contesto territoriale nel quale emerse Terra Alba. Un rapporto di continuità fra popolazioni e luoghi può assumere forme diverse: spostamenti di abitanti, uso delle stesse terre, circolazione di materiali e persistenza di devozioni.
La tradizione locale ha spesso riunito questi processi nel racconto di un trasferimento del vescovo e della comunità da Neapolis a Terralba. La documentazione richiamata per le origini di San Pietro attesta però la sede terralbese nel XII secolo, senza descrivere quel trasferimento. La distinzione è sostanziale: l’importanza storica di Neapolis e la presenza di materiali antichi nella cattedrale costituiscono problemi diversi dall’esistenza di una successione episcopale fra le due località.
Anche gli oggetti devono essere considerati singolarmente. Un capitello di reimpiego, una statua lignea e un pulpito possono appartenere a epoche e itinerari differenti. Le datazioni seicentesche proposte per parte degli arredi impediscono di usarli come testimonianze materiali di un trasferimento medievale. Il loro valore riguarda invece le fasi successive della vita della chiesa e della devozione terralbese.
La memoria di Neapolis rimane così parte della storia culturale della cattedrale. Per ricostruire la provenienza dei singoli frammenti occorrono dati sul rinvenimento, sulle caratteristiche del materiale, sulla lavorazione e sui successivi reimpieghi. Il collegamento con una città antica acquista consistenza quando questi elementi convergono.
4 La fabbrica romanica e il confronto con Santa Giusta
La cattedrale medievale è conosciuta attraverso descrizioni, frammenti e testimonianze dell’ultima parte superstite. Nel Cinquecento Giovanni Francesco Fara la ricordava come una grande chiesa dedicata a San Pietro, costruita con pietre squadrate. L’espressione templum maximum sottolinea la sua imponenza, particolarmente significativa nel contrasto con le condizioni di decadenza dell’abitato descritte dall’erudito.
Le descrizioni raccolte dalla storiografia delineano una fabbrica a tre navate, con copertura lignea nella centrale e volte nelle laterali. La facciata traduceva la ripartizione interna in un prospetto articolato, con il settore centrale più elevato. I conci squadrati di arenaria conferivano regolarità alle superfici murarie. Questo assetto apparteneva alla cultura architettonica delle grandi chiese romaniche dell’Arborea, pur con caratteristiche proprie che la perdita dell’edificio rende oggi difficili da ricostruire integralmente.
L’abside forniva il confronto più preciso con Santa Giusta. La sua superficie era scandita in cinque campi, delimitati da semicolonne e conclusi da archi, con capitelli marmorei a foglie d’acanto. Il rapporto fra sostegni verticali e coronamento ad archetti organizzava la parete curva attraverso un ritmo leggibile anche a distanza. È soprattutto su questo elemento che si fonda l’accostamento fra le due cattedrali, riportato dalla letteratura storico-artistica e dalla sintesi dell’Istituto Storico Arborense.
Il confronto con Santa Giusta aiuta a riconoscere un linguaggio condiviso; da solo, tuttavia, lascia indeterminate le maestranze di Terralba e la successione delle campagne edilizie. L’affinità formale può dipendere dalla circolazione di modelli, da rapporti fra cantieri o dall’intervento di gruppi di artigiani attivi in più luoghi. Attribuire un nome o una provenienza precisa ai costruttori richiederebbe evidenze specifiche.
I capitelli marmorei introducono inoltre il tema del reimpiego. Nel Medioevo un elemento più antico poteva essere adattato a una nuova funzione, rilavorato o assunto come modello. La presenza di un motivo classicheggiante, quale la foglia d’acanto, deve perciò essere valutata insieme alla tecnica esecutiva. L’età del marmo lavorato, la sua collocazione romanica e il recupero durante una demolizione sono tre momenti distinti della storia dello stesso manufatto.
5 Vescovi e Capitolo nell’età giudicale
La cattedrale era il luogo della cattedra episcopale e della liturgia presieduta dal vescovo. Intorno ad essa operava il Capitolo dei canonici, collegio incaricato delle celebrazioni e dotato di benefici destinati al sostentamento dei suoi membri. La storia dell’edificio comprende quindi anche quella di uffici, rendite, diritti e persone che ne assicuravano il funzionamento.
Dopo Mariano e Alibrandino, la tradizione documentaria ricorda Mariano o Mariniano de Zorrachi fra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Nei primi decenni del Duecento compare Torchitorio de Muru, poi destinato alla sede arcivescovile di Oristano; segue Costantino, detto anche Guantino da Siuru. Le varianti dei nomi riflettono la trasmissione in lingue e forme documentarie differenti. Le attestazioni conservate consentono di riconoscere una continuità istituzionale, ma lasciano lacune nella successione e nella conoscenza dei singoli episcopati.
La promozione di Torchitorio alla sede metropolitana mostra che Terralba partecipava alle carriere e agli equilibri dell’episcopato isolano. San Pietro era inserita in un sistema che superava i confini del centro abitato: il vescovo governava una circoscrizione territoriale e intratteneva rapporti con il metropolita, con la sede romana e con le istituzioni del giudicato.
Fra la fine del Duecento e il Trecento la cronotassi si fa più fitta. Dopo Furato compare Oddone della Sala, nominato nel 1300 e trasferito a Pola nel 1302. Roberto Vacca, francescano, gli succedette nello stesso anno e rimase alla guida della sede fino al 1329. Seguirono Martino e, dal 1332, il carmelitano Giovanni Rubeo, noto anche come Rossi. L’avvicendarsi di presuli provenienti da diversi ordini religiosi colloca la piccola sede sarda dentro circuiti ecclesiastici estesi oltre l’isola.
Le notizie sui vescovi permettono di ricostruire la successione degli incarichi più facilmente della vita quotidiana della cattedrale. La durata di un episcopato, infatti, lascia aperte le questioni della residenza effettiva, degli interventi sull’edificio e delle relazioni con i canonici. Per questi aspetti sono decisive le testimonianze amministrative e patrimoniali.
6 Le rendite della cattedrale e il territorio diocesano
Le Rationes decimarum degli anni 1346–1350 documentano l’esistenza del Capitolo attraverso i versamenti di alcuni titolari di benefici. All’arciprete di Terralba erano associate rendite di Sardara e Serzela; altri benefici riguardavano Gonnoscodina, Gonnostramatza, Guspini, Mogoro, San Gavino, Simala e Gemussi, Pabillonis, Uras e Gonnosmontangia. La geografia dei benefici collegava dunque San Pietro a comunità distribuite in un territorio ampio.
Una prebenda era la dotazione economica connessa a un ufficio canonicale. Le rendite sostenevano il titolare e rendevano possibile il servizio della chiesa. Il nome del villaggio associato a un beneficio identifica un rapporto ecclesiastico ed economico, senza equivalere necessariamente alla proprietà dell’intero territorio da parte della cattedrale. La distinzione evita di trasformare un elenco fiscale in una carta indistinta di possedimenti.
Anche la mensa episcopale va separata dal patrimonio del Capitolo. La prima serviva al sostentamento del vescovo e alle esigenze del suo ufficio; il secondo sosteneva il collegio e i suoi membri. Parrocchie e istituzioni monastiche disponevano a loro volta di beni e diritti. Nel territorio diocesano, la presenza di Thamis e di San Michele di Monte Arcuentu apparteneva a questo paesaggio articolato, nel quale la comune appartenenza ecclesiastica conviveva con amministrazioni patrimoniali differenti.
7 Guerre crisi demografica e divisioni ecclesiastiche
Le difficoltà economiche ricordate per la mensa episcopale durante l’episcopato di Giovanni Rubeo mostrano la fragilità della sede. Un edificio monumentale e un’antica dignità vescovile potevano coesistere con risorse correnti modeste. Le entrate dipendevano dalle condizioni dei villaggi, dalla produzione agricola e dalla possibilità di riscuotere quanto dovuto; la crisi delle campagne si rifletteva perciò sul sostentamento del clero e sulla manutenzione della fabbrica.
Fra Trecento e Quattrocento le guerre fra giudicato d’Arborea e Corona d’Aragona, insieme alle epidemie e alle difficoltà alimentari, trasformarono profondamente il territorio. L’abbandono di villaggi e la contrazione delle attività produttive ridussero la base economica di molte istituzioni. Per la cattedrale questo significava una maggiore difficoltà nel mantenere gli uffici, sostenere le celebrazioni e affrontare le spese dell’edificio.
La continuità delle nomine episcopali documenta tuttavia la persistenza della sede. San Pietro conservò la propria funzione anche quando le condizioni del territorio erano divenute più deboli. I passaggi istituzionali successivi vanno letti entro questo contesto, senza attribuire a un solo episodio militare una trasformazione maturata nel corso di decenni.
Lo Scisma d’Occidente introdusse un’ulteriore difficoltà nella ricostruzione dei vescovi. Le diverse obbedienze pontificie potevano nominare titolari concorrenti: una serie di nomi disposta in successione lineare rischierebbe quindi di cancellare sovrapposizioni e contrasti. Per Terralba, la provvista di Francesco Pasarino del 25 ottobre 1378 appartiene all’obbedienza di Urbano VI; quella di Francesco da Roma del 5 ottobre 1411 all’obbedienza pisana di Giovanni XXIII. Le due attestazioni descrivono fasi differenti dello scisma.
Dopo la ricomposizione dello scisma compaiono Matteo Serra, Domenico di Giovanni e Giacomo Fortesa. Il 6 settembre 1443 fu nominato Giovanni de Aranda. Con lui si giunge alla vigilia della prima amministrazione comune con Usellus-Ales, che avrebbe modificato il rapporto fra Terralba e il proprio vescovo.
8 La prima unione con Ales e il ritorno del vescovo
La diocesi confinante era conosciuta attraverso i nomi di Usellus e Ales. Le attestazioni medievali mostrano la compresenza delle due denominazioni e rendono difficile individuare una singola data di trasferimento della residenza episcopale. Murrellu di Usellus compare nel contesto di Bonarcado a metà del XII secolo; il titolo di Ales è attestato successivamente. I racconti che collegano il passaggio a un’unica distruzione o all’iniziativa di un personaggio illustre richiedono un riscontro distinto.
Nel 1444 la successione episcopale registra un cambiamento decisivo. Giovanni de Aranda lasciò Terralba e Giovanni García fu trasferito da Usellus-Ales a Siracusa. Il 16 ottobre Bernardo Michele venne nominato alla sede usellense; in questo contesto le due chiese risultano unite. La Hierarchia catholica annota esplicitamente l’unione in rapporto al trasferimento dei due precedenti titolari.
L’amministrazione comune riuniva sotto un vescovo territori contigui segnati dalla crisi economica e demografica. Per San Pietro la modifica riguardava anzitutto il governo episcopale; la storia della sua fabbrica e degli uffici ecclesiastici continuava su tempi propri. Il dato documentario consente di riconoscere l’unione del 1444, mentre la formulazione completa dell’atto sarebbe necessaria per definirne in ogni dettaglio condizioni e modalità.
La soluzione ebbe carattere temporaneo. Il 18 agosto 1475 Sisto IV nominò Giovanni Pellis vescovo di Terralba, ripristinando una successione autonoma. Alla sua morte subentrò il francescano Giovanni Orient, nominato il 22 settembre 1484. San Pietro tornò così a essere il riferimento di un vescovo proprio per quasi un trentennio.
9 Il riordino del 1503 e la trasformazione del Capitolo
La bolla Aequum reputamus di Giulio II diede esecuzione al riordino delle diocesi sarde predisposto durante il pontificato di Alessandro VI. La Guida degli Archivi capitolari d’Italia e la descrizione istituzionale SIUSA indicano il 26 novembre 1503. La data dell’8 dicembre, diffusa in altre sintesi, va tenuta distinta: in mancanza di una collazione diplomatica dell’atto, il 26 novembre costituisce il riferimento adottato dalla documentazione archivistica descrittiva.
Usellus-Ales e Terralba furono stabilmente riunite sotto il medesimo vescovo, con sede effettiva ad Ales. Per San Pietro cessò la successione episcopale autonoma. La denominazione delle due chiese continuò però a essere conservata nell’uso ecclesiastico, e il Capitolo terralbese proseguì la propria attività accanto a quello di Ales. Il 1503 modificò dunque il governo delle sedi senza cancellare immediatamente gli organismi e i benefici formatisi nei secoli precedenti.
La prima fase delle diocesi unite comprende Giovanni Sanna, Andrea Sanna e, nella stagione della riforma cattolica, Pietro del Frago. La cura pastorale di un territorio così articolato richiedeva visite, controllo degli arredi e verifica delle condizioni delle chiese. La visita di Andrea Sanna del 1524, oggetto di un’edizione specifica e di studi sulle fonti visitali sarde, testimonia il rilievo assunto da queste pratiche di governo.
Un provvedimento diverso intervenne il 1° ottobre 1568. Con la costituzione Quantum animarum cura, Pio V abolì i canonicati delle diocesi soppresse e trasformò i loro titolari in rettori residenziali delle comunità cui appartenevano i benefici. Per il Capitolo medievale di Terralba si trattò di una cesura: il rapporto fra rendita ecclesiastica e servizio pastorale veniva ricondotto alle località beneficiarie.
Il riordinamento delle prebende proseguì nel 1580. Durante il terzo sinodo diocesano fu presentato un progetto che associava comunità delle antiche circoscrizioni. La sua successiva sistemazione da parte della Santa Sede portò a un decano e undici canonicati, con modifiche agli abbinamenti proposti. Il 1580 appartiene pertanto alla riorganizzazione del Capitolo della diocesi unita e va distinto dall’abolizione dei precedenti canonicati nel 1568.
La chiesa terralbese rimase nel frattempo il principale luogo di culto della comunità. Il ricordo cinquecentesco della sua grande fabbrica in pietra mostra quanto l’antico ruolo episcopale fosse ancora leggibile nell’edificio, anche dopo il mutamento della residenza del vescovo.
10 La ripresa seicentesca e la vita parrocchiale
La ripresa della comunità terralbese nel Seicento pose nuove esigenze di organizzazione civile e religiosa. Il recupero delle abitazioni e delle attività agricole restituiva alla chiesa una popolazione stabile e la necessità di un servizio pastorale regolare.
La storiografia locale collega al 1646 una fase di rinnovamento della vita religiosa e interventi nell’antica San Pietro. Il significato istituzionale di questa data resta però da precisare. L’espressione «ricostituzione della parrocchia», spesso usata nelle narrazioni locali, implica un atto formale che andrebbe distinto dalla ripresa delle celebrazioni, dalla presenza stabile del clero e dai restauri dell’edificio.
La rioccupazione del paese ridava alla chiesa una funzione quotidiana. Il battesimo, il matrimonio, le esequie e il calendario delle festività scandivano la vita delle famiglie; la conservazione degli arredi e la manutenzione degli altari dipendevano dalle risorse disponibili. Le testimonianze parrocchiali possono perciò essere lette insieme alla storia demografica: registrano persone e famiglie, ma anche la capacità di una comunità di sostenere il proprio luogo di culto.
La crescita dell’abitato manteneva la cattedrale medievale al centro di una realtà sociale diversa da quella giudicale. Le stesse murature accoglievano ormai una comunità parrocchiale che ne ereditava prestigio e costi. L’antichità della fabbrica rappresentava una risorsa simbolica e, con il passare del tempo, una necessità crescente di riparazioni.
11 Il fonte battesimale e gli arredi della chiesa
Il fonte battesimale conserva la data 1626, ma la sua presenza a Terralba appartiene a una fase successiva. La notizia attribuita alle ricerche di Severino Tomasi riferisce che il manufatto fu acquistato dalla chiesa di Guspini per dieci lire e trasferito nel 1766. La ricostruzione richiama registrazioni corrispondenti nel libro delle uscite di Terralba e in quello delle entrate di Guspini.
La distinzione fra le due date chiarisce il percorso dell’oggetto. Il 1626 riguarda il manufatto; il 1766 ne segna l’acquisizione da parte della comunità terralbese. L’episodio mostra come l’arredo di una chiesa potesse formarsi anche attraverso acquisti e trasferimenti fra parrocchie. In questo caso la data incisa, considerata isolatamente, anticiperebbe di centoquarant’anni la presenza del fonte nel luogo in cui oggi viene ricordato.
L’acquisizione è collocata durante il vicariato di Francesco Serpi e l’episcopato di Giuseppe Maria Pilo. Il fonte rispondeva a una funzione essenziale: amministrare il sacramento con cui i nuovi nati entravano nella comunità cristiana. La sua storia materiale si intreccia quindi con quella delle generazioni registrate nei libri parrocchiali, pur rimanendo distinta dalle vicende della fabbrica medievale.
Al lungo periodo fra Seicento e Settecento si collega anche un insieme di arredi devozionali. Le schede locali ricordano un pulpito ligneo seicentesco, una croce argentea di ambito spagnolo e le statue lignee di San Pietro, della Madonna del Rosario e della Madonna del Rimedio, anch’esse generalmente assegnate al XVII secolo. Si tratta di attribuzioni cronologiche e culturali da intendere con il grado di precisione offerto dalle relative descrizioni.
Questi oggetti corrispondevano a usi differenti: predicazione, venerazione del patrono e devozioni mariane. La loro conservazione attraverso la ricostruzione moderna permise alla comunità di continuare a riconoscere immagini e arredi familiari dentro spazi nuovi. Un inventario storico-artistico completo dovrebbe seguire, per ogni pezzo, materiale, tecnica, iscrizioni, restauri e collocazioni, così da distinguere l’opera originaria dalle modifiche successive.
12 Il cantiere ottocentesco e la convivenza fra due chiese
All’inizio dell’Ottocento San Pietro aveva alle spalle quasi sette secoli di storia documentata. Riparazioni e adattamenti ne avevano prolungato l’uso, ma le condizioni dell’edificio erano divenute gravi. Durante l’episcopato di Giuseppe Stanislao Paradiso maturò la scelta di sostituire gran parte della fabbrica. La descrizione archivistica della parrocchia collega esplicitamente la demolizione al degrado della chiesa romanica.
Il progetto e la prima esecuzione sono attribuiti a Raffaele Cappai, cagliaritano, attivo come falegname, intagliatore e capomastro. La bibliografia colloca l’avvio del cantiere intorno al 1820–1821. Il 1821 è la data più frequentemente richiamata per la sostituzione dell’antica chiesa; l’anticipazione al 1820 appartiene a una ricostruzione più dettagliata delle prime fasi dei lavori.
Fra il 1822 e il 1833 avanzarono la navata e le cappelle laterali. La nuova costruzione assunse forme tardo-barocche, con un’organizzazione dello spazio diversa da quella romanica. Il cantiere si sviluppò per parti, senza comportare l’immediata scomparsa di tutte le strutture precedenti. L’abside medievale rimase infatti in uso e venne raccordata alla nuova navata.
Questa convivenza durò oltre un secolo. Per più generazioni i fedeli entrarono in un edificio moderno che terminava ancora in una struttura del XII secolo. La trasformazione coinvolse perciò la percezione dello spazio liturgico in modo graduale: elementi nuovi e antichi continuarono a funzionare insieme, mentre il progetto complessivo procedeva attraverso ampliamenti e completamenti.
La sopravvivenza dell’abside rese possibili le osservazioni degli studiosi fra Ottocento e primo Novecento. Le descrizioni delle semicolonne, degli archetti e dei capitelli appartengono a una fase nella quale il monumento poteva ancora essere esaminato direttamente, sebbene già privato di gran parte della sua struttura originaria. Esse acquistano oggi valore documentario perché conservano informazioni su un elemento scomparso.
La lunga durata del cantiere moderno invita a distinguere il progetto iniziale dalla costruzione effettivamente realizzata. L’attribuzione a Cappai riguarda l’avvio dell’impresa; l’edificio consacrato nel Novecento risultò anche da decisioni e lavori successivi. Una storia analitica delle fasi richiederebbe il confronto fra progetti, contabilità, visite pastorali e documentazione fotografica.
13 La perdita dell’abside e la consacrazione del 1933
Nei primi decenni del Novecento il completamento del settore trasversale e presbiteriale condusse alla definitiva sostituzione dell’abside romanica. La sintesi dell’Istituto Storico Arborense ne indica la sopravvivenza fino al 1926; altre ricostruzioni collocano la demolizione nel 1927. La scomparsa dell’abside si colloca pertanto negli anni 1926–1927, con una divergenza di datazione fra le testimonianze utilizzate.
Con questa demolizione cessò la presenza della maggiore struttura medievale ancora incorporata nella chiesa. Il passaggio ebbe un significato diverso dalle precedenti modifiche: fino ad allora l’antico edificio sopravviveva come parte utilizzabile della fabbrica; da quel momento la sua conoscenza dipese soprattutto dalle testimonianze scritte, dalle immagini e dai frammenti recuperati.
Le fotografie storiche segnalate dalla letteratura possono integrare le descrizioni della struttura scomparsa. Proporzioni, giunti murari, aperture e rapporti con le aggiunte moderne costituiscono elementi utili alla ricostruzione del monumento, da leggere tenendo conto del punto di ripresa e della data dell’immagine.
Il completamento degli spazi presbiteriali e dell’altare maggiore precedette la consacrazione della nuova chiesa, celebrata nel 1933. La ricostruzione locale precisa il 19 agosto; la data è riportata anche nella didascalia della nuova cattedrale pubblicata nello studio di Deborah Boi. La cerimonia chiudeva una fase fondamentale di un’impresa iniziata oltre un secolo prima.
Nel 1951 furono eseguite decorazioni interne dedicate agli evangelisti e a San Pietro. La sistemazione figurativa contribuì a definire l’immagine novecentesca del luogo di culto. La vita materiale della chiesa continuò poi attraverso restauri e adeguamenti; una scheda comunale ricorda interventi del 2000 su pavimentazione, pareti e cappella del Rosario.
14 La chiesa attuale e la memoria della cattedrale
L’attuale San Pietro presenta una pianta a croce latina, con una navata centrale e tre cappelle per lato. Questa disposizione orienta il percorso verso il settore presbiteriale e riserva spazi laterali alle devozioni. Le forme tardo-barocche richiamate dalle descrizioni del monumento appartengono alla ricostruzione moderna; la memoria romanica sopravvive attraverso i frammenti e le testimonianze, oltre che nella continuità del luogo.
La cattedrale storica e la chiesa contemporanea condividono la dedicazione a Pietro apostolo, ma rappresentano assetti edilizi e istituzionali differenti. Il termine «cattedrale», radicato nell’uso locale, custodisce il ruolo esercitato per secoli dalla sede terralbese. Nelle descrizioni istituzionali attuali San Pietro è indicata come concattedrale della diocesi di Ales-Terralba.
Il 30 settembre 1986 il decreto Instantibus votis della Congregazione per i vescovi stabilì la piena unione delle diocesi. L’atto fissò la sede ad Ales e il nome di Diocesi di Ales-Terralba, prevedendo un unico Capitolo cattedrale, una curia e gli altri organismi diocesani. Si tratta di un passaggio distinto dall’unione del 1503: la lunga amministrazione comune delle due sedi veniva ricondotta a una sola circoscrizione.
Nel 2021 si aprì un’ulteriore fase di collaborazione con Oristano. Il 3 luglio durante il pontificato di Francesco, la Santa Sede affidò entrambe le diocesi al medesimo vescovo, con un’unione in persona Episcopi. Il provvedimento riguarda la persona del pastore: Oristano e Ales-Terralba rimangono circoscrizioni distinte, come precisò lo stesso vescovo nella comunicazione alle comunità.
15 Una storia affidata alle pietre agli oggetti e alle scritture
La vicenda di San Pietro emerge dall’incontro fra testimonianze di natura diversa. L’epigrafe del 1144 lega un vescovo a una fase della fabbrica; le cronotassi registrano il governo della sede; le rendite canonicali ne delineano la rete territoriale. Le descrizioni dell’abside documentano il monumento romanico, mentre il fonte battesimale e gli arredi raccontano la continuità del culto attraverso trasferimenti e ricostruzioni.
Gli archivi permettono di avvicinare anche la storia ordinaria della chiesa. Le visite pastorali descrivono altari, dotazioni e necessità; i registri di amministrazione conservano acquisti e lavori; i libri sacramentali seguono le famiglie. Ciascuna serie rispondeva a uno scopo specifico e va letta entro quel contesto. Un pagamento può attestare una fornitura, senza coincidere con il completamento di un’opera; una prescrizione di restauro documenta un problema e una decisione, ma richiede altri riscontri per provare l’esecuzione.
L’immagine complessiva è quella di una continuità costruita attraverso cambiamenti profondi. San Pietro perse il proprio vescovo residente, vide trasformare il Capitolo e accompagnò la rinascita dell’abitato; conservò una parte medievale mentre veniva edificata la chiesa moderna. La sua storia appartiene tanto alle istituzioni dell’Arborea quanto alle generazioni terralbesi che ne sostennero la vita religiosa. Le pietre scomparse e gli oggetti ancora presenti partecipano alla medesima memoria, purché se ne riconoscano tempi, funzioni e provenienze.
Cronologia essenziale
| Data | Vicenda |
| XI–XII secolo | Formazione della diocesi nel quadro della riorganizzazione ecclesiastica sarda; data di istituzione da precisare. |
| 10 maggio 1144 | L’iscrizione attribuisce al vescovo Mariano la posa dei limina della chiesa. |
| 1146–1147 circa | Alibrandino di Terralba compare nel contesto della consacrazione di Santa Maria di Bonarcado. |
| 1346–1350 | Le decime documentano il Capitolo e la rete dei benefici territoriali. |
| 1444 | Prima unione delle chiese di Terralba e Usellus-Ales registrata dalla cronotassi. |
| 1475–1503 | Ritorno di una successione episcopale autonoma, con Giovanni Pellis e Giovanni Orient. |
| 26 novembre 1503 | Unione stabile con Usellus-Ales secondo la datazione della Guida degli Archivi capitolari e di SIUSA. |
| 1° ottobre 1568 | Quantum animarum cura trasforma i canonicati delle diocesi soppresse in rettorie residenziali. |
| 1580 | Progetto di riordino del Capitolo della diocesi unita, seguito dalla sistemazione pontificia. |
| 1626 | Data del fonte battesimale, acquisito da Terralba nel secolo successivo. |
| 1646 | Tradizione locale relativa alla ripresa della vita religiosa e a interventi sulla chiesa; portata istituzionale da precisare. |
| 1766 | Acquisto del fonte da Guspini, secondo la ricostruzione locale. |
| 1820–1821 | Avvio della ricostruzione moderna, attribuita nella fase iniziale a Raffaele Cappai. |
| 1822–1833 | Avanzamento della nuova navata e delle cappelle, secondo la ricostruzione bibliografica. |
| 1926–1927 | Demolizione dell’abside romanica; le fonti utilizzate divergono sull’anno. |
| 19 agosto 1933 | Consacrazione della nuova chiesa, secondo la data riportata nello studio di Boi. |
| 1951 | Decorazioni interne dedicate agli evangelisti e a San Pietro. |
| 30 settembre 1986 | Piena unione delle diocesi con sede ad Ales e nome di Ales-Terralba. |
| 2000 | Interventi di restauro ricordati nella scheda di Monumenti Aperti. |
| 3 luglio 2021 | Unione in persona Episcopi di Oristano e Ales-Terralba, che rimangono diocesi distinte. |
Fonti e repertori consultati
Vico, Francisco de, Historia general de la Isla y Reyno de Sardeña, IV, edizione a cura di Francesco Manconi, testo a cura di Marta Galiñanes Gallén, Cagliari, Centro di Studi Filologici Sardi/CUEC, 2004, cap. XVII, p. 90. Edizione digitale.
Eubel, Konrad, Hierarchia catholica medii aevi, I, seconda edizione, Münster, 1913, pp. 479 e 510; II, seconda edizione, Münster, 1914, pp. 248 e 261. Consultazione delle riproduzioni digitali e delle relative trascrizioni OCR. Volume I.
Eubel, Konrad, Hierarchia catholica medii aevi, II. Riproduzione digitale del volume citato. Volume II.
Tuveri, Francesco, «Ales», in Guida degli Archivi capitolari d’Italia, II, Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, 2003, pp. 22–24. Guida digitale.
Congregazione per i vescovi, decreto Instantibus votis, 30 settembre 1986, in Acta Apostolicae Sedis, 79, 1987, pp. 817–819. Acta Apostolicae Sedis.
Studi e risorse documentarie
Boi, Deborah, Demografia e società a Terralba nel Seicento, edizione digitale, s.d., pp. 33–34. Il riferimento bibliografico è mantenuto senza attribuire una data editoriale non indicata nella copia utilizzata. Testo sul sito del Comune.
Garau, Manuela, «I Capitoli di Grazia nella Sardegna medioevale e moderna: spunti per un’indagine archivistica», Studi e ricerche, V, 2012, pp. 23–60, in particolare p. 45 e nota 105. Rivista dell’Università di Cagliari.
Istituto Storico Arborense, «Architettura religiosa», sezione sulla cattedrale di Terralba. Scheda ISTAR.
SIUSA, «Capitolo della Cattedrale di Ales», descrizione istituzionale. Scheda archivistica.
SIUSA, «Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Terralba», soggetto conservatore. Scheda archivistica.
Regione Autonoma della Sardegna, Sardegna Cultura, «Santa Maria di Bonarcado». Scheda del condaghe.
Diocesi di Ales-Terralba, «Regione ecclesiastica Sardegna». Quadro storico diocesano.
Comune di Terralba, «Cattedrale San Pietro Apostolo». Scheda del monumento.
Terralba Monumenti Aperti 2023, pieghevole, scheda della cattedrale. Pieghevole.
CPIA di Terralba, Visitando Terralba, «L’antica Cattedrale di San Pietro». Fonte divulgativa locale, utilizzata con riscontro distinto per le date istituzionali. Scheda locale.
Congregazione per i vescovi, «Rinunce e nomine», 3 luglio 2021. Comunicazione ufficiale.
Arcidiocesi di Oristano, «Mons. Roberto Carboni nominato dal Papa vescovo della diocesi di Ales-Terralba», 14 luglio 2021. Messaggio alle comunità.
Opere richiamate
Turtas, Raimondo, Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, Città Nuova, 1999, p. 182.
Italia pontificia, X, Calabria–Insulae, a cura di Dieter Girgensohn, Zürich, Weidmann, 1975, p. 454, n. 1. La collana fu fondata da Paul Fridolin Kehr; la responsabilità editoriale del volume X va riferita a Girgensohn.
Mattei, Antonio Felice, Sardinia sacra seu De episcopis Sardis historia, Roma, 1761, pp. 259–260.
Fara, Giovanni Francesco, In Sardiniae chorographiam, passo relativo a Terra Alba. Il testo di partenza trasmette la citazione senza precisare edizione e pagina.
Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, a cura di Maurizio Virdis, Cagliari, Centro di Studi Filologici Sardi/CUEC, 2002. Riferimento per il testo integrale; le notizie utilizzate derivano dalla scheda Sardegna Cultura.
Scano, Dionigi, Storia dell’arte in Sardegna dal XI al XIV secolo, Cagliari–Sassari, 1907, cap. VIII. Le descrizioni utilizzate sono mediate dalla letteratura richiamata nelle note.
Tasca, Cecilia, e Francesco Tuveri, Don Andrea Sanna, bisbe d’Alas y Terralba, e la visita pastorale del 1524, Oristano, Mythos, 2007.
Pillittu, Aldo, Diocesi di Ales-Terralba, Sestu, Zonza, 2001, p. 190, citato da Boi, p. 33.
Tomasi, Severino, Memorie del passato, articoli nel periodico diocesano Il Nuovo Cammino, successivamente raccolti in volume. Per la notizia del fonte battesimale si mantiene l’attribuzione del testo di partenza; manca un rinvio puntuale alla pagina dell’articolo o della raccolta.
