
Terra Alba “Terra Bianca“
Una terra tra il Monte Arci e Marceddì
Per comprendere la storia di Terralba bisogna prima di tutto guardare il suo territorio:
da una parte il Monte Arci, con i suoi giacimenti di ossidiana, una delle risorse più preziose della Sardegna preistorica; dall’altra la grande pianura che si apre verso gli stagni e la laguna di Marceddì; nel mezzo, terre fertili, corsi d’acqua, zone umide e vie naturali di comunicazione che hanno condizionato per millenni la presenza e le attività dell’uomo.
È in questo paesaggio, continuamente modellato dall’incontro tra terra e acqua, che affondano le radici di Terralba.
La presenza umana nel territorio è antichissima. Tra le testimonianze più importanti vi è il sito di San Ciriaco, che ha dato il nome a una fase culturale del Neolitico recente sardo, sviluppatasi in Sardegna attorno al 4400 a.C. e protrattasi fino al 4000 a.C. La cultura di San Ciriaco viene considerata una fase di passaggio tra la cultura di Bonu Ighinu del Neolitico medio e la successiva cultura di Ozieri del Neolitico finale.
Il sito di “Sa Punta di Marceddì” conserva i resti di un abitato all’aperto degli ultimi secoli del VI millennio a.C., nella fase conclusiva del Neolitico antico. Gli scavi condotti tra il 2005 e il 2009 offrono una testimonianza importante della vita nell’insediamento nel territorio costiero.
Numerose sono anche le tracce lasciate dalle comunità nuragiche e, successivamente, dalle popolazioni fenicie, puniche e romane. La posizione del Terralbese offriva infatti risorse molto diverse e complementari: terreni coltivabili, acqua, pascoli, stagni ricchi di risorse e, poco più lontano, l’ossidiana del Monte Arci.
Terra e acqua non costituiscono quindi soltanto lo scenario della storia terralbese: ne sono, fin dalle origini, due delle principali protagoniste.
Il territorio terralbese tra Neapolis e le fattorie rurali
Guardando oggi la vasta pianura che circonda Terralba non è difficile immaginare quanto fosse intensamente abitata e sfruttata nell’antichità. Le indagini archeologiche e le ricognizioni di superficie restituiscono infatti l’immagine di un vero e proprio paesaggio rurale organizzato, disseminato di fattorie, nuclei produttivi, insediamenti di maggiori dimensioni e aree funerarie.
«Neapolis, il centro di un territorio»
Al margine di questa vasta area si trovava Neapolis, principale centro urbano di riferimento del Terralbese in età punica.
In assenza di scavi stratigrafici, le testimonianze archeologiche indicano una frequentazione dell’area precedente alla piena affermazione cartaginese e consentono di ipotizzare prudentemente una presenza prima nuragica e successivamente fenicia-punica. Più che immaginare, quindi, la fondazione improvvisa di una città in un territorio fino ad allora disabitato, possiamo pensare a un processo graduale: un luogo già conosciuto e frequentato dalle comunità precedenti che, con l’affermazione cartaginese, venne progressivamente riorganizzato fino ad assumere le caratteristiche e le funzioni di un centro urbano.
Probabilmente Neapolis divenne così il principale punto di riferimento di un territorio agricolo densamente occupato. Le numerose fattorie disseminate nella pianura producevano e sfruttavano le risorse della campagna, mentre la città rappresentava un nodo attraverso il quale uomini, prodotti e merci potevano inserirsi in circuiti di scambio più ampi.
Città e campagna erano parti dello stesso sistema.
Ed è proprio una delle fattorie di questo territorio a permetterci oggi di osservare molto più da vicino come potesse funzionare quel sistema.

Distribuzione degli insediamenti punico-romani nel territorio di Terralba. Si evidenzia la notevole densità di fattorie rurali, ville o grandi fattorie e necropoli distribuite nell’agro terralbese.
La carta della distribuzione degli insediamenti punico-romani elaborata da G. Artudi e S. Perra rende immediatamente percepibile la dimensione del fenomeno. I siti si distribuiscono con grande densità nelle campagne intorno all’attuale abitato e si spingono verso le aree prossime allo stagno di San Giovanni e a Neapolis.
I dati associati alla carta consentono di quantificare questa presenza: sono censite 107 fattorie rurali, che nel loro insieme interessano circa 69,8 ettari. A queste si aggiungono 6 insediamenti classificati come ville o grandi fattorie rurali, per una superficie complessiva di circa 9,8 ettari, anche se per alcuni l’attribuzione a una vera e propria villa rimane dubbia. Sono inoltre individuate 16 necropoli, alcune direttamente associate agli insediamenti rurali. Le ricerche archeologiche successive hanno confermato proprio nella straordinaria densità degli insediamenti rurali di piccola e media dimensione di età punica e romana uno degli elementi di maggiore interesse del Terralbese.
«Truncu ’e Molas: una fattoria che racconta il Terralbese antico»
Tra i numerosi insediamenti individuati nelle campagne terralbesi, Truncu ’e Molas occupa un posto particolare. Non perché fosse necessariamente la più importante delle fattorie del territorio, ma perché è una di quelle che l’archeologia ci permette di conoscere più da vicino.
La maggior parte degli insediamenti è infatti nota soprattutto attraverso ricognizioni di superficie. A Truncu ’e Molas, invece, le ricerche del Progetto Terralba hanno affiancato alle ricognizioni le prospezioni geofisiche e lo scavo stratigrafico. È come se, tra i tanti punti segnati sulla carta archeologica, in uno di essi fosse stato possibile aprire una finestra e osservare come si viveva e si lavorava in una fattoria terralbese di oltre duemila anni fa.
La fattoria venne costruita sul finire del V secolo a.C. e rimase abitata continuativamente fino ai decenni centrali del II secolo a.C.: circa due secoli e mezzo, corrispondenti, secondo gli archeologi, a circa otto generazioni. Attraversò pertanto anche il passaggio della Sardegna dal dominio cartaginese a quello romano. Gli scavi hanno mostrato un insediamento nel quale la vita quotidiana e le attività produttive convivevano.
Tra le strutture più significative sono stati rinvenuti pozzi per l’approvvigionamento dell’acqua e due bacini legati alla lavorazione dell’uva. Il ritrovamento di vinaccioli e di due falcetti o roncole utilizzabili per la potatura conferma l’importanza della viticoltura nell’economia della fattoria.
Non sembra inoltre che il vino fosse prodotto esclusivamente per il consumo degli abitanti. Le caratteristiche dell’impianto e la presenza di anfore da trasporto hanno portato gli studiosi a ipotizzare una produzione superiore al fabbisogno della fattoria e quindi, almeno in parte, destinata allo scambio.
Ma Truncu ’e Molas racconta qualcosa di più.
Tra i reperti sono presenti ceramiche fini da mensa e anfore provenienti da altre zone della Sardegna e da oltremare. Un frammento di coppa attica del Gruppo di Vienna e altri frammenti figurati attici testimoniano l’accesso a beni di una certa qualità. Gli stessi archeologi ritengono che gli abitanti di fattorie come Truncu ’e Molas godessero di un buon livello di benessere.
La fattoria non era dunque un piccolo mondo isolato. La produzione agricola del Terralbese era inserita in sistemi economici di ampio raggio e attraverso centri come Neapolis e Tharros poteva collegarsi a reti commerciali mediterranee. E il rapporto degli abitanti con il territorio non si limitava ai campi. I resti animali rinvenuti mostrano anche lo sfruttamento delle vicine risorse lagunari e costiere. Agricoltura, allevamento, zone umide e scambi facevano parte di uno stesso sistema economico e territoriale.
Truncu ’e Molas diventa così una finestra privilegiata attraverso la quale osservare quel fitto sistema di fattorie che occupava la pianura terralbese, e soprattutto ci consegna un filo che ritroveremo molti secoli dopo: “la vite”.
La Terralba medievale
Tra il mondo delle fattorie punico-romane e la Terralba medievale trascorrono molti secoli. Neapolis continuò a essere frequentata anche dopo l’età romana e mantenne una propria vitalità in età tardoantica e altomedievale. La presenza cristiana è testimoniata anche nell’area delle antiche terme, dove si sviluppò il complesso di Santa Maria di Nabui: un ulteriore segno della trasformazione, più che della brusca scomparsa, dell’antico centro. Nel tempo, tuttavia, gli equilibri del territorio cambiarono e il principale centro di riferimento si spostò verso l’interno.
È quindi più prudente immaginare un processo graduale, durante il quale il popolamento e l’organizzazione del territorio cambiarono e un nuovo centro acquistò progressivamente importanza a scapito dell’antica Neapolis.
La tradizione locale collega questo trasferimento alle incursioni che interessarono le coste e individua intorno al 1017 la nascita di Terralba. Si tratta però di una ricostruzione che non trova una conferma documentaria definitiva: lo stesso Comune di Terralba presenta questi avvenimenti come appartenenti alla tradizione. Un riferimento documentario sicuro compare invece nella carta di Torbeno giudice d’Arborea del 15 ottobre 1102. Nella trascrizione pubblicata il documento ricorda «in Terraalba» una vigna appartenuta a nonna Selzu e precisa che questi l’aveva impiantata quando era «maiore in Terralba». La carta del 1102 costituisce così, allo stato attuale delle ricerche, la più antica attestazione documentaria finora individuata di Terralba e offre anche una precoce testimonianza della presenza della vite nel suo territorio.
È in questo contesto che emerge Terra Alba.
Le fonti medievali attestano poi con sicurezza Terralba, inserita nel Giudicato di Arborea e nella curatoria di Bonorzuli, della quale divenne il principale centro di riferimento. Il rapporto con Neapolis appare quindi come il risultato di un processo territoriale di lunga durata, più che di un singolo trasferimento puntualmente documentato.
Un segno evidente della crescente importanza del paese fu il suo ruolo religioso. Nel XII secolo Terralba è ormai sede vescovile e possiede una cattedrale dedicata a San Pietro. La presenza della diocesi non rappresentava soltanto un fatto religioso: faceva del centro un importante punto di riferimento anche per il territorio circostante.
Nel 1144 un’iscrizione documenta la grande fase romanica della cattedrale di San Pietro, realizzata sotto il vescovo Mariano. Le ricerche storiche e archeologiche lasciano tuttavia intravedere una storia precedente dell’edificio: alcune testimonianze antiche parlano di una ricostruzione e alcuni elementi scultorei rinvenuti nell’area sono stati riferiti a una fase altomedievale. Il 1144 rappresenta quindi un punto fermo nella storia monumentale della cattedrale, più che necessariamente l’inizio assoluto del luogo di culto.
Le fonti medievali permettono anche di intravedere il paesaggio rurale che circondava il centro. In un atto compare, per esempio, una vigna a Terralba legata a una donna ricordata come nonna Selzu: una testimonianza preziosa perché mostra che la vite, destinata a diventare molti secoli dopo uno dei segni più riconoscibili dell’economia terralbese, era già presente nel paesaggio medievale. Il dato non dimostra una continuità ininterrotta della viticoltura, ma aggiunge un importante anello alla lunga storia del rapporto fra Terralba e la vite.
La Terralba medievale attraversò intanto le complesse vicende politiche della Sardegna. Dopo il periodo giudicale arrivarono le guerre che accompagnarono l’espansione aragonese nell’isola. Terralba entrò nel sistema feudale e appartenne ai territori legati alla grande signoria di Quirra. Furono secoli difficili, perché guerre, carestie, epidemie e incursioni costiere contribuirono a creare una forte instabilità demografica.
Il XVI secolo fu segnato da una profonda crisi demografica, aggravata dalle incursioni provenienti dalle coste nordafricane. Nel 1527 Terralba e San Nicolò d’Arcidano furono colpite da una di queste incursioni e parte della popolazione cercò rifugio nelle campagne. Alla fine del Cinquecento Terralba risultava ancora fortemente spopolata; il processo di ripopolamento prese forma nei primi decenni del Seicento e si consolidò progressivamente.
La crisi dell’abitato non significò però l’abbandono delle risorse costiere. Tra Cinquecento e Seicento la fascia di Marceddì, Capo Frasca (Cap de Napols) continuò a essere frequentata per la pesca, gli approdi e le peschiere, mentre il sistema delle torri e delle guardie costiere rispondeva alla crescente necessità di sorvegliare il litorale. Terra, laguna e mare continuarono così a far parte dello stesso spazio economico anche nei secoli più difficili.
Nel frattempo era cambiata anche l’organizzazione ecclesiastica. Nel 1503 le diocesi di Ales e Terralba furono unite aeque principaliter (ugualmente importanti) sotto un unico vescovo. Terralba conservò quindi la propria dignità di sede e di cattedrale, mentre Ales divenne la sede ordinaria del vescovo; l’unione piena delle due diocesi sarebbe avvenuta soltanto nel 1986.
Terralba continuò poi a vivere all’interno del sistema feudale fino all’Ottocento: il riscatto dal feudalesimo avvenne nel 1840. Ma al di là delle dominazioni e delle istituzioni, per comprendere davvero la vita della comunità dobbiamo nuovamente uscire dall’abitato.
Perché per secoli la storia dei terralbesi continuò a essere condizionata soprattutto da ciò che li circondava: una vasta pianura nella quale terra e acqua erano difficili da separare.
Vivere in una pianura d’acqua
La piana terralbese del Settecento e dell’Ottocento era profondamente diversa da quella che conosciamo oggi. Una parte considerevole del territorio era occupata da stagni, pantani, acquitrini e aree soggette alle esondazioni.
L’acqua era una presenza costante e ambivalente.
Da un lato rappresentava una risorsa. Gli stagni offrivano possibilità di pesca, le aree umide potevano essere utilizzate per il pascolo e durante i periodi più aridi costituivano preziose riserve d’acqua. I depositi alluvionali contribuivano inoltre alla fertilità di molti terreni. Dall’altro lato, l’acqua poteva diventare una minaccia. Le piene compromettevano i raccolti e rendevano difficili le comunicazioni tra Terralba e i centri vicini; le vaste aree paludose contribuivano inoltre alla diffusione della malaria. La comunità aveva imparato ad adattare le proprie attività alle caratteristiche dei diversi suoli.
Nelle terre alluvionali più profonde e fresche si concentravano i seminativi; nelle aree meno favorevoli trovavano spazio il pascolo e l’allevamento; stagni e acquitrini offrivano altre risorse. Il territorio non era quindi uno spazio uniforme, ma un mosaico di ambienti differenti, ciascuno con proprie possibilità e propri limiti.
Ed è proprio all’interno di questo paesaggio mutevole che una coltura acquistò un’importanza crescente.
Terralba, terra di vigne
Tra Settecento e Ottocento la viticoltura emerge con grande evidenza dalle fonti sulla storia agraria di Terralba. Le vigne si concentravano soprattutto nei terreni asciutti e sabbiosi situati a sud-ovest dell’abitato e presentavano una caratteristica che le distingueva da gran parte delle altre terre agricole: erano chiuse e protette dall’ingresso del bestiame.
Filari di vite si susseguivano all’interno delle chiusure. Negli spazi disponibili trovavano posto anche fichi, peri, meli e olivi, che integravano la produzione familiare. La vigna era dunque allo stesso tempo spazio produttivo, risorsa economica e patrimonio.
Un documento del 1830 restituisce un’immagine interessante della società terralbese dell’epoca: su una popolazione di poco superiore ai tremila abitanti risultavano circa settecento possidenti, anche se una parte rilevante della ricchezza fondiaria rimaneva concentrata nelle mani di un numero molto più ristretto di famiglie.
Ancora più significativo è ciò che emerge dalla documentazione relativa alla ripartizione delle terre comunali negli anni Quaranta dell’Ottocento: molti di coloro che venivano classificati come nullatenenti, possedevano comunque una casa e una vigna. È un particolare apparentemente piccolo, ma racconta molto.
La vigna non apparteneva soltanto ai grandi proprietari. Era entrata profondamente nell’economia delle famiglie terralbesi e rappresentava una forma stabile e preziosa di possesso della terra.
Quando la vite cambia il paesaggio
Per comprendere l’importanza della vigna bisogna considerare anche il modo in cui era organizzata l’agricoltura tradizionale. Gran parte dei seminativi era inserita nel sistema della vidazzone e del paberile, basato sull’alternanza tra coltivazione e riposo e strettamente legato agli usi comunitari della terra. Le vigne rappresentavano un’eccezione.
Dovevano essere protette dagli animali e richiedevano cure continue. Per questo erano chiuse e sottratte al libero pascolo.
Nel Terralbese le terre vitate divennero così uno degli spazi nei quali si affermò più precocemente una gestione individuale e stabile della proprietà. L’espansione della vite contribuì progressivamente a modificare anche l’organizzazione fondiaria. Compravendite, scambi e permute attraverso le quali venivano scambiati terreni di diversa qualità e produttività, favorirono la riorganizzazione degli appezzamenti. Il paesaggio agrario si trasformava insieme alla società. Le chiusure avanzavano, i vigneti occupavano nuovi terreni e l’agricoltura terralbese assumeva progressivamente un orientamento più commerciale.
Questa trasformazione non fu priva di conflitti. Nei primi anni Trenta dell’Ottocento la documentazione sulle chiudende registra a Terralba contestazioni per chiusure ritenute abusive, usurpazioni e interferenze con antichi acquedotti e percorsi di uso collettivo. Le controversie coinvolsero proprietari, autorità e pastori e mostrano quanto la ridefinizione dei confini e degli usi della terra incidesse concretamente sugli equilibri della comunità.
E a pochi chilometri dalle vigne esisteva una porta verso mercati più lontani.
Marceddì, la porta sul mare
Per Terralba, Marceddì non era soltanto un luogo di pesca. Era una peschiera, un approdo, uno spazio di lavoro e di transito e, in alcuni periodi, un vero punto di contatto con uomini provenienti da altre coste del Mediterraneo.
Era anche una porta commerciale e marittima.
Il suo approdo permetteva ai prodotti delle campagne di raggiungere altre destinazioni e collegava l’economia agricola locale a circuiti di scambio più ampi. Tra il 1600 e il 1700 la documentazione ricorda inoltre la peschiera di Marceddì e la piccola chiesa di San Giovanni, indicata come San Juan de Marchely o San Juan de la mar.
Paese, campagne e marina erano uniti da strade, sentieri e mulattiere che attraversavano campi, vigne e zone umide. Tra questi percorsi vi erano la via di Sa Turri, diretta verso Sa Turri Beccia, e la strada della marina che conduceva a Marceddì attraversando le zone viticole a sud-ovest dell’abitato. Su queste strade non si muovevano soltanto persone: viaggiavano prodotti agricoli, merci e vino.
La possibilità di commercializzare la produzione contribuì a rendere conveniente investire nelle vigne e favorì un’agricoltura sempre meno legata esclusivamente all’autoconsumo. Terra e mare erano parti dello stesso sistema economico. Le vigne producevano ciò che il porto permetteva di commerciare; il porto, a sua volta, aumentava le possibilità economiche delle campagne. È difficile non cogliere un’eco lontana di ciò che avevamo incontrato a Truncu ’e Molas: epoche, società ed economie completamente diverse, ma ancora una volta una produzione agricola che trova nella vicinanza dell’acqua e nelle vie di comunicazione la possibilità di aprirsi verso l’esterno.
Il Novecento: quando cambia il corso dell’acqua
All’inizio del Novecento il rapporto tra Terralba e l’acqua stava per conoscere una trasformazione senza precedenti. Per secoli il Rio Mogoro aveva attraversato la pianura con un regime fortemente torrentizio. Le sue acque potevano esondare nella piana di S’Isca e alimentavano il grande stagno di Sassu, situato a nord-ovest di Terralba. Stagni, paludi, corsi d’acqua e aree periodicamente allagate facevano quindi parte di un sistema idrografico molto diverso da quello che osserviamo oggi.
Quando nei primi decenni del Novecento prese forma il grande progetto di bonifica della piana, uno degli interventi decisivi riguardò proprio il Rio Mogoro. Per poter prosciugare lo stagno di Sassu era necessario impedire che il fiume continuasse ad alimentarlo.
Tra i protagonisti politici di questa fase vi fu Felice Porcella, sindaco di Terralba e successivamente deputato, che sostenne la necessità del risanamento idraulico e della trasformazione agricola della pianura. Nel 1918 Antonio Pierazzuoli elaborò un piano generale di bonifica integrale e di colonizzazione interna, che sottopose all’ingegnere Giulio Dolcetta, ottenendone l’approvazione. Porcella, Pierazzuoli e Dolcetta ebbero quindi ruoli diversi ma strettamente connessi nella preparazione e nell’avvio della bonifica.
Ancora oggi il tratto terminale del Rio Mogoro conserva il segno di quella trasformazione: il corso d’acqua non raggiunge più lo stagno di Sassu, ma, attraverso il Diversivo Mogoro, sfocia nello stagno di San Giovanni. Fu un cambiamento radicale nel funzionamento idraulico della pianura.
È però importante non sovrapporre automaticamente questa trasformazione alla distribuzione degli insediamenti punico-romani descritta nelle pagine precedenti. Osservando la carta di G. Artudi e S. Perra, le aree direttamente interessate dalle maggiori modificazioni geomorfologiche connesse al nuovo corso del Rio Mogoro risultano infatti marginali rispetto alla più ampia distribuzione degli insediamenti rurali. Non possiamo quindi dire che la bonifica abbia cancellato in maniera generalizzata quel paesaggio archeologico. Ha fatto qualcosa di diverso e, dal punto di vista della nostra storia, altrettanto importante: ha profondamente modificato il sistema delle acque nel quale quel paesaggio si era formato e aveva funzionato.
Il territorio sul quale camminiamo è sostanzialmente lo stesso, ma non è più lo stesso il suo paesaggio d’acqua. Il Rio Mogoro segue oggi un percorso diverso; lo stagno di Sassu non occupa più la vasta superficie di un tempo; canali e opere idrauliche regolano una pianura che per secoli era stata molto più direttamente condizionata dalle esondazioni e dalle oscillazioni delle acque.
Per questo, quando osserviamo la carta delle antiche fattorie, dobbiamo provare a immaginarle all’interno di un territorio diverso dall’attuale: un paesaggio nel quale corsi d’acqua, stagni, zone umide, terreni asciutti e aree periodicamente allagate avevano rapporti e confini differenti.
La bonifica avrebbe poi trasformato radicalmente una parte di questo sistema, prosciugando Sassu, regolando le acque e rendendo coltivabili vaste superfici. Fu una delle più grandi trasformazioni ambientali, sanitarie, economiche e sociali della storia contemporanea del Terralbese.
La Cantina Sociale del Campidano di Terralba
Nonostante le profonde trasformazioni del territorio, la vite continuò a occupare un posto importante nell’economia e nell’identità terralbese.
Nel secondo dopoguerra questa lunga tradizione entrò in una nuova fase. Il 12 dicembre 1948, per iniziativa del cavaliere Severino Lay, capitano della Marina Militare in congedo, e di un primo gruppo di viticoltori nacque la Cantina Sociale del Campidano di Terralba, costituita come società cooperativa a responsabilità limitata.
La Cantina sarebbe diventata una delle realtà produttive più importanti e prestigiose del territorio. La cooperazione offriva ai viticoltori la possibilità di unire le proprie forze nella trasformazione e nella commercializzazione del vino, dando maggiore solidità economica a una coltura profondamente radicata nelle campagne terralbesi.
Lo spirito dell’iniziativa era riassunto nel motto scelto dalla cooperativa, una celebre frase di Sallustio:
«Concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur.»
Con la concordia crescono le piccole cose; con la discordia si dissolvono anche le più grandi.
Un territorio che continua a raccontare la sua storia
La storia di Terralba non è custodita soltanto nei documenti, negli archivi o nei reperti archeologici. È scritta anche nel paesaggio. È nei nomi delle campagne e delle antiche strade, nelle vigne, nei percorsi che dal paese conducevano verso Marceddì e persino nel modo in cui oggi l’acqua attraversa la pianura.
Il territorio sul quale camminiamo è lo stesso, ma non è più lo stesso il paesaggio d’acqua.
Eppure trasformazione non significa necessariamente perdita di ogni continuità. Naturalmente non possiamo immaginare che pratiche, comunità e tradizioni siano rimaste immutate per millenni. Sono cambiate le popolazioni, le società, le tecniche agricole, l’organizzazione della proprietà e i sistemi economici.
Tuttavia alcune risorse continuano a riapparire nella storia del Terralbese. Gli abitanti di Truncu ’e Molas coltivavano la vite e utilizzavano contemporaneamente le risorse delle vicine zone umide. Molti secoli dopo ritroviamo una comunità che vive ancora di agricoltura, allevamento, pesca e viticoltura, strettamente legata a Marceddì.
La grande bonifica ha modificato profondamente il rapporto fisico tra acqua e terra, ma non ha cancellato il legame della comunità con il proprio territorio. Forse è proprio questa una delle chiavi più interessanti per leggere la storia di Terralba: non la storia di un paesaggio rimasto immutato, ma quella di una comunità che ha continuamente adattato il proprio modo di vivere alle risorse e ai limiti della terra che abitava.
Una terra fertile ma complessa, agricola e lagunare, aperta verso il mare.
Una Terra Alba che, trasformandosi nei secoli, continua ancora oggi a conservare e raccontare le tracce della propria storia.
Terralba 18/09/2026
Claudio Lai
