Il piccolo territorio di Terralba, attualmente la sua estensione é di circa 3400 ettari, é una bassa piana lagunare con la geomorfologia abbastanza omogenea e con confini ben delimitati.

A partire dagli anni trenta, con la fondazione della bonifica di Arborea, la sua geografia é profondamente cambiata, avendo dovuto cedere al nuovo comune oltre i due terzi del suo territorio che gli apparteneva anche storicamente e che la bonifica ha profondamente sconvolto sia dal punto di vista morfologico sia da quello archeologico e storico. Prima della bonifica il territorio era racchiuso a nord-ovest dal mare del golfo di Oristano, la parte nord-orientale era delimitata dal Rio Mogoro e dallo stagno di Sassu, quella sud-occidentale dal Fluminimannu e dalla laguna di Marceddì, comprendente gli stagni di Santa Maria e di San Giovanni , nella cui sponda sud sorgeva la città di Neapolis. Tutta questa distesa pianeggiante era disseminata di paludi, di acquitrini e di grandi e piccoli stagni, dove imperversava la malaria; inoltre era priva di qualsiasi emergenza archeologica monumentale. Tutto questo faceva presagire che qui non ci fossero mai state le condizioni ambientali adatte allo stanziamento umano, ma così non era e le ricerche condotte in questi ultimi decenni lo hanno ampiamente dimostrato. Al contrario di quello che si pensava, sono state proprio le condizioni ambientali che hanno attratto l’uomo sin dalla più remota antichità, a partire dal Neolitico antico. Hanno avuto un ruolo determinante le risorse alimentari notevolissime fornite dai pesci e dai molluschi della laguna di Marceddì e degli stagni, dalla fauna acquatica e terrestre, dalla fertilità e leggerezza del suolo, molto facile da lavorare e dall’abbondanza d’acqua dolce. Un fattore molto importante è stata sicuramente anche la grande disponibilità dell’ossidiana del vicino Monte Arci, da cui se ne servivano per la fabbricazione degli utensili, indispensabili per la caccia e per le molteplici attività della vita quotidiana. L’ossidiana del Monte Arci sembra che sia stata utilizzata per la prima volta dalle popolazioni del Neolitico antico che hanno colonizzato la Sardegna; nel terralbese la si poteva trovare anche in deposizioni secondarie, in noduli naturali, lungo il corso dei fiumi e dei torrenti che scendevano dal Monte Arci, come il Rio Mogoro e il Riu Mannu, e nei dossi alluvionali vicini e distanti diversi chilometro dal corso di questi fiumi. Troviamo ossidiana in depositi secondari anche ad oltre quindici chilometri dalle sorgenti primarie. Il Riu Mannu trasportava l’ossidiana dal versante orientale del Monte Arci, dalla zona di Pau, prima che il suo corso cambiasse il bacino fluviale.
Gli studi recenti, per il periodo preistorico condotti dal Prof. E. Atzeni, titolare della cattedra di Antichità Sarde dell’Università di Cagliari e dai suoi allievi Carlo Luglié e Tatiana Cossu, e per il periodo punico-romano condotti da Raimondo Zucca e dal 1992 anche da una equipe di archeologi dell’Università di Leiden (Olanda), tra cui Peter Van Donmelen, i quali hanno potuto confermare e dimostrare una ricchezza straordinaria di testimonianze archeologiche che vanno dal neolitico antico, se non addirittura dal mesolitico, fino al basso impero romano. Il periodo più rappresentato è quello punico-romano ed è proprio degli insediamenti di questo periodo che si intende parlare. Il primo studioso che aveva avviato le ricerche archeologiche in modo sistematico in questa zona e nei territori limitrofi è stato Raimondo Zucca, il quale negli anni settanta aveva condotto gli studi della sua tesi di laurea nella città di Neapolis e nel suo entroterra, studi che poi, nel 1987, hanno visto la pubblicazione nel libro “ Neapolis e il suo territorio”, che ci offre un contributo di conoscenze straordinario, dando a questa antica e misteriosa città un volto storico nuovo che altrimenti non avrebbe. Le sue ricerche in questa zona continuarono ancora a lungo, per tutto il periodo in cui ricopriva l’incarico di funzionario della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e di Oristano, con cui avevamo allacciato un rapporto di collaborazione, che per noi é stato determinante nel prosieguo delle ricerche. Attualmente Raimondo Zucca ricopre l’incarico di ricercatore di epigrafia latina presso l’Università Tor Vergata di Roma. Grazie a lui, all’amore che ci ha inculcato per la conoscenza e la salvaguardia del nostro patrimonio storico-archeologico, ai suoi insegnamenti di carattere tecnico, come la conoscenza della ceramica, ai suoi preziosi consigli, abbiamo potuto condurre le ricerche con i risultati fin qui acquisiti. Di tutto questo gli siamo profondamente grati. In quest’ultimo periodo le nostre ricerche si sono concentrate sugli insediamenti del periodo punico-romano, si é cercato di approfondire maggiormente l’aspetto cronologico e storico, potendo disporre attualmente di un inventano archeologico del territorio quasi completo. L’identificazione dei siti archeologici in un contesto geografico circoscritto, anche se di ridotte dimensioni come quello di Terralba, può sembrare un’operazione relativamente facile, ma in realtà per ottenere buoni risultatibisogna pianificare la ricerca, inoltre comporta molti e molti anni di indagini. Ormai il nostro territorio é stato indagato totalmente in modo intensivo, non c’é vigna, orto, terreno incolto della nostra campagna che non sia stato fatto oggetto ripetutamente di indagine archeologica. In pratica le nostre ricognizioni non hanno trascurato nessun punto del territorio, tranne l’area del centro urbano, che per ovvi motivi non si presta all’indagine archeologica di superficie, ma che comunque non sono mancati i ritrovamenti fortuiti dovuti a scavi per le fondazioni di nuove abitazioni. Bisogna tener sempre presente che anche nelle condizioni più ottimali di ricerca e di visibilità, i siti rinvenuti non corrispondono mai alla totalità di quelli originariamente presenti in un territorio. Una sola ricognizione, anche se fatta minuziosamente a copertura totale, non é mai sufficiente per identificare tutti i punti di un territorio in cui possono giacere manufatti antichi (generalmente si tratta soprattutto di frammenti ceramici) a livello di superficie e quindi con la possibilità di essere identificati in condizioni di normale visibilità. Per visibilità si intende la condizione di poter vedere chiaramente tutto quello che si trova in superficie. Numerose e di diversa natura sono le cause che possono far sfuggire agli occhi del ricognitore le tracce archeologiche di un sito. Quando si tratta di terreni coltivati, ha molta importanza il tipo di coltura, e il suo ciclo vegetativo. Nella nostra campagna, per esempio, ancora in buona parte coltivata a vigneti, la ricerca é più favorevole nel periodo invernale quando le piante sono spoglie e il terreno lavorato. Quando si tratta invece di campi incolti la visibilità generalmente è sempre precaria perché l’erba o la vegetazione arborea può coprire tutto o gran parte del suolo. La faccenda diventa più complessa quando le strutture e i materiali vengono occultati per cause naturali, come per processi di sedimentazione o di erosione. In questa zona, anche se dal punto di vista geomorfologico è coperto da basse dune eoliche, negli ultimi millenni riguardanti il periodo storico non sono stati riscontrati evidenti segni di instabilità, tranne nei litorali, mentre invece fenomeni di accumulo sono stati riscontrati per periodi che possono risalire a sei-sette millenni fa, e che hanno interessato diversi insediamenti preistorici, alcuni dei quali si è scoperto che risultavano sepolti da una coltre di sabbia eolica dello spessore di cinque o sei metri. La ricognizione sistematica resta il metodo più valido ed efficace per la ricerca dei manufatti sparsi nel terreno e ci permette di capire l’evoluzione insediativa e quindi di ricostruire la storia di un territorio. I risultati ottenuti con questo tipo di indagine generalmente sono molto influenzati dall’intensità della ricerca stessa, vale a dire che quante più volte si indaga una certa porzione di territorio, tante più probabilità si hanno di scoprire insediamenti nuovi, e di questo abbiamo fatto esperienza diretta, tanto che oggi, a distanza di quasi tre anni dalla pubblicazione della distribuzione degli insediamenti punico-romani nel territorio di Terralba, sul n. 16 di questa rivista, andrebbe aggiornata, perché nel frattempo abbiamo scoperto altri 17 insediamenti dello stesso periodo, anche se per la maggior parte si tratta di siti minori, cioè più piccoli e più poveri rispetto agli altri, quindi ai 124 siti che già si conoscevano, ed erano un numero straordinariamente alto, oggi ne dobbiamo aggiungere altri 17 e arrivano complessivamente a 141. Ci sono ancora concrete possibilità di rinvenire altri siti soprattutto per quanto riguarda l’area occupata dal centro urbano, dove non è stato possibile fare normali ricognizioni come per il resto del territorio, e le sole opportunità di indagine si presentano quando si aprono delle trincee nelle strade e quando si effettuano scavi per fondazioni di nuove abitazioni.
La ricerca non si esaurisce con la semplice localizzazione degli insediamenti dopo averli riportati sulle carte topografiche, ma ogni sito una volta localizzato viene esaminato dettagliatamente per determinarne le dimensioni, la tipologia e la quantità dei materiali archeologici di superficie. Si cerca di acquisire altre informazioni anche dai proprietari dei siti, che spesso e volentieri si offrono di collaborare e così si può venire a conoscenza di eventuali ritrovamenti fortuiti avvenuti nel passato o altre notizie che spesso possono risultare utili ai fini dell’indagine. Di norma, ci limitiamo a esaminare sul posto i materiali archeologici, prendendo appunti di tutti gli elementi che si ritengono utili. Un’attenzione particolare viene data all’esame dei reperti ceramici, essendo questi gli elementi che maggiormente concorrono alla datazione dei siti e che possono fornire preziose indicazioni anche di natura economica e commerciale. I frammenti ceramici che possono essere datati con più facilità sono quelli di importazione e possono appartenere soprattutto a vasellame fine da mensa e da cucina e ad anfore commerciali. Risulta più difficile datare la ceramica comune di fabbricazione locale per carenza di studi approfonditi, e in linea di massima si riesce ad attribuirla a un determinato periodo sulla base di confronti tipologici; per esempio, le ceramiche di fabbricazione locale del periodo romano tendono spesso a imitare le forme delle coeve e più pregiate ceramiche di importazione. Più complessa si presenta la classificazione cronologica della ceramica punica, per il fatto che numerose forme hanno una cronologia piuttosto ampia, cioè le stesse forme durano molto a lungo nel tempo, talvolta due o tre secoli. Le classiche anfore commerciali puniche dalla caratteristica forma di siluro, attribuite alla produzione della Sardegna, studiate e classificate da Piero Bartoloni, diffusissime nei siti del Terralbese, sono state prodotte dalla fine del VI al III secolo a.C. e sulla base dei frammenti ceramici é possibile fare solo una classificazione generica.
L’inquadramento cronologico dei siti diventa fondamentale quando le ricerche sono finalizzate a dare risposte a questioni storiche di un territorio. Per la cronologia dei nostri insediamenti ci siamo attenuti a tutto quello che ci é stato possibile acquisire dall’esame dei cosiddetti “indicatori cronologici” e, normalmente, il maggiore contributo, come già è stato detto, ci viene dato dalla ceramica di importazione e in minor misura da altri materiali di diversa natura. La ricerca di superficie, anche la più accurata, non consente di determinare con esattezza l’anno di nascita e della fine di un sito, cosa non fattibile peraltro nemmeno con uno scavo archeologico, ma ci offre la possibilità di datarlo con molta approssimazione nell’ambito di un secolo e nei casi più favorevoli anche di mezzo secolo, sia per l’inizio che per la fine. Per avere un quadro informativo il più ampio possibile é necessario che la ricerca di un contesto territoriale si protragga a lungo nel tempo, e quanto più intensamente i siti verranno indagati tanto più dettagliati e affidabili saranno i risultati. Non tutti gli insediamenti, per motivi di scarsa visibilità, possono essere sufficientemente indagati nell’arco di tutto l’anno, quindi è necessario avere sotto controllo tutto il territorio, in modo tale che appena se ne presenta l’opportunità possano essere indagati anche quei siti che nelle precedenti ricognizioni non ne presentavano le condizioni favorevoli. La ricognizione intensiva a copertura totale resta il sistema di indagine archeologica più efficace per un territorio di piccole dimensioni, ma va meno bene quando l’oggetto della ricerca è un ambito geografico molto vasto dell’ordine di qualche centinaia se non addirittura di qualche migliaia di chilometri quadrati, perché richiederebbe un tempo molto lungo e ingenti finanziamenti economici. Per indagare un territorio molto vasto il metodo più appropriato è quello della campionatura, che consiste nel selezionare solo alcune zone del territorio e che siano possibilmente eterogenee, in modo tale che rappresentino la situazione globale del contesto territoriale. Le zone prescelte, chiamate transetti, verranno coperte ed esaminate in modo intensivo, mentre per il resto del territorio non è prevista nessuna indagine dettagliata. Con questo sistema, che si basa su calcoli statistici, è possibile ugualmente acquisire le informazioni da cui poi si potrà ricostruire la situazione insediativa, con maggiori vantaggi dal punto di vista della ricostruzione storica derivanti da uno scenario geografico di più ampio respiro. Di una ricerca di questo genere si stanno occupando sin dal 1992 tre archeologi dell’Università di Leiden (Olanda), M.B. Annis, P.Van De Velde e P. Van Dommelen ed è stata chiamata “ Progetto Archeologico Riu Mannu”. Il progetto si occupa di archeologia del paesaggio nell’agro neapolitano, in un territorio vasto circa 1100 chilometri quadrati e comprende oltre alla parte del basso Campidano compresa tra la foce del Riu Mannu e il Rio Mogoro, quindi anche il territorio di Terralba e Arborea, anche parte della Marmilla.
La cartografia topografica costituisce uno strumento indispensabile per portare avanti un progetto di ricerca archeologica, basata sulla ricognizione di un territorio più o meno vasto, come quello di un comune o di una regione storica. Per questa zona disponiamo di tre tipi di carte topografiche di differente scala: quella dell’I.G.M. con scala 1:25.000, le carte Tecniche Regionali con scala 1: 5.000 e le carte catastali con scala 1: 2.000. La rappresentazione completa del nostro territorio la troviamo su due tavolette dell’I.G.M. e sono quelle che generalmente si usano di più perché consentono di avere una visione totale o molto ampia del territorio oggetto di indagine, quindi una volta inseriti i siti, che possono essere rappresentati con dei semplici cerchielli o altri segni convenzionali e con un numero di riferimento, si può osservare l’organizzazione distributiva degli insediamenti e vedere subito quali sono le aree di maggiore o minore concentrazione o eventuali aree vuote, cioè prive di testimonianze archeologiche. Potendo disporre di tutto l’insieme dei siti di un territorio si può cercare di capire i motivi che hanno portato a privilegiare determinate aree piuttosto che altre. Le scelte insediative possono essere influenzate dalla geomorfologia, dalla viabilità, dalla vicinanza o meno di una città o di un porto, dalle risorse economiche disponibili, etc. Quando la ricerca é a buon punto e si può disporre della conoscenza cronologica dei vari siti, si può procedere alla loro rappresentazione sulle carte di fase o diacroniche, e per fare questo le tavole dell’I.G.M. 1:25.000 sono le più adatte. In pratica si tratta di inserire sulle carte tutti e solo quei siti che risultano presenti in un determinato periodo, escludendo gli altri siti che in quel periodo non esistevano, sia perché non erano ancora nati o perché avevano già cessato di esistere. Le carte di fase o diacroniche in pratica sintetizzano l’evoluzione insediativa e sono strumenti insostituibili quando si vogliono approfondire gli aspetti storici e demografici di un territorio. Le carte dell’I.G.M., da come abbiamo avuto modo di vedere, per la loro specificità, sono sussidi di cui in un progetto di ricognizione archeologica non si può fare a meno, ma praticamente risultano inutili per quei progetti finalizzati alla tutela e al vincolo archeologico, che necessitano di carte più particolareggiate, quindi di maggior dettaglio, che troviamo nelle carte tecniche regionali e in quelle del catasto. In queste ultime carte i siti non vengono più rappresentati con i cerchielli, come si faceva con quelle dell’I.G.M., bensì é possibile mettere in evidenza, con precisione, tutta l’area degli insediamenti su cui sono sparsi i manufatti archeologici. Per il vincolo archeologico é necessario che la rappresentazione dei siti sia la più dettagliata possibile, a tale scopo le più adatte sono le carte catastali 1:2.000 dove, oltre alla suddivisione delle proprietà fondiarie, ci sono anche i riferimenti numerici delle particelle. Chi opera nel territorio facendo uso delle carte topografiche, ben presto ha modo di constatare le numerose imprecisioni esistenti fra i vari tipi di carte di differente scala, soprattutto nel modo di riportare i toponimi. Un altro grande difetto é che queste carte sono state redatte alcune decine di anni fa e non sono state aggiornate, mentre il territorio nel frattempo ha subito profonde modificazioni.
Durante le frequenti ricognizioni nel territorio si raccolgono una serie di dati che si ritengono utili all’indagine ed é necessario portarsi appresso, oltre la macchina fotografica che non dovrebbe mai mancare, un taccuino e una penna per prendere appunti, altrimenti se questo non si fa subito si rischia di dimenticare qualcosa. Gli appunti raccolti sul campo servono come promemoria per redigere un diario in cui va scritto il giorno della ricognizione, i siti che sono stati visitati e le notizie di cose particolari o di carattere generale. Infine, tutti i dati raccolti vanno trasferiti nelle schede dei siti, che sono una specie di carta di identità di ogni singolo insediamento. Esiste una scheda ministeriale che normalmente usano gli addetti ai lavori, ma noi abbiamo preferito progettarne una per renderla più idonea alle nostre esigenze. La scheda del sito é una specie di banca dati dove vengono raccolte analiticamente tutta una serie di notizie e ha il vantaggio di una facile compilazione e di una lettura immediata. La nostra scheda contiene dati di carattere generale, topografici, cronologici e dei materiali. Quelli di carattere generale e topografici sono: numero progressivo del sito, tipologia dell’insediamento, toponimo della zona, dati catastali completi, nomi dei proprietari dei terreni, superficie di spargimento manufatti archeologici, tipo di suolo e sua utilizzazione, eventuali riferimenti bibliografici. Per la cronologia si fa riferimento al secolo della nascita e a quello della fine dell’insediamento. Altri dati si riferiscono alla frequenza delle ricognizioni, alla densità dei materiali archeologici in generale, allo stato di conservazione del sito. Poi si passa all’analisi dei seguenti materiali: edilizio, ceramica fine da mensa di importazione, ceramica comune di produzione locale, anfore commerciali, lucerne e infine si passa agli oggetti ornamentali e votivi e ai vetri. Per ultimo, la scheda contiene un apposito spazio riservato alle note, dove possono essere indicati dati relativi alla densità dei vari tipi di manufatti, ad eventuali ritrovamenti occasionali avvenuti in passato, alle trasformazioni che si possono osservare nei siti col passare del tempo a causa delle attività agricole o di altro genere. Per la schedatura delle necropoli è stato necessario modificare la scheda dei siti per aggiungervi altri voci specifiche, comunque l’impostazione generale della scheda è rimasta invariata. Per avere una visione globale e complessiva dei dati raccolti nelle schede dei siti è necessario riportarli, voce per voce, sempre in forma analitica, in altre apposite schede riassuntive, che costituiscono, unitamente alla cartografia topografica, la base essenziale per poter approfondire gli studi di un territorio.
I siti archeologici sono aree precarie suscettibili di continui cambiamenti. Avere sotto controllo il territorio significa anche osservare di prima mano e rendersi conto di tutte le modificazioni e gli stravolgimenti che i siti subiscono col passare degli anni. L’economia di questo paese è prevalentemente agricola e l’agricoltura meccanizzata di questi ultimi decenni ha causato danni ingenti al patrimonio archeologico. Quando un insediamento viene arato per la prima volta, si toccano strati in profondità ancora vergini e quindi emergono quantità di manufatti non altrimenti osservabili. Ebbene, se lo stesso sito nel corso degli anni viene ulteriormente arato e fresato può cambiare aspetto, anche in modo radicale, tanto che talvolta si stenta a riconoscerlo, perché i manufatti tendono a spostarsi dalla loro posizione originaria e l’area di spargimentosi allarga e nello stesso tempo diminuisce la concentrazione dei materiali, la ceramica viene ripetutamente frammentata e macinata, talvolta fino a renderla irriconoscibile o a farla sparire del tutto. Una delle priorità più impellenti é la necessità di salvaguardare e proteggere dalla distruzione gli insediamenti che fino a oggi si sono salvati. Alcuni siti che sono stati censiti risultano ormai scomparsi (6 necropoli e 4 insediamenti) e la maggior parte dei restanti sono stati profondamente danneggiati a causa dell’attività agricola e del forte incremento dell’edilizia rurale, nonché dell’attività estrattiva della sabbia. Tutto questo ha avuto un impatto ambientale e archeologico notevolissimo nel nostro territorio, alterando e modificando profondamente l’ambiente naturale. Decine e decine di dune eoliche che caratterizzavano il nostro paesaggio agrario sonoormai scomparse e con loro le ricche testimonianze archeologiche che per millenni si sono conservate, protette da una pressa coltre di sabbia. Come si é detto precedentemente, i siti del periodo punico-romano del nostro territorio, conosciuti a tutt’oggi, sono complessivamente 141, occupano una estensione di circa 90 ettari, e sono Così suddivisi:
n. 128 insediamenti abitativi;
n. 13 necropoli; altre 6 necropoli sono situate nella stessa area degli insediamenti abitativi o nell’area adiacente.
La classificazione degli insediamenti abitativi è stata fatta sulla base della loro estensione:
grandi, n. 36, comprese forse n. 6 ville, sono quelli che raggiungono almeno un ettaro;
medi, n. 47, da 4000 a 9000 metri quadrati;
piccoli, n. 45, da 500 a 3000 metri quadrati.
La cronologia relativa alla nascita degli insediamenti é la seguente:
n. 12 nella seconda metà del VI secolo a.C., in concomitanza, forse, con la fondazione della città di Neapolis;
n. 41 nel V secolo a.C.;
n. 69 nel IV secolo a.C.;
n. 1 nel III secolo a.C.;
n. 5 risultano non classificati.
La situazione demografica del nostro territorio andò progressivamente aumentando a partire dalla fine del VI o agli inizi del V secolo a.C. fino a tutto il IV secolo a.C., quando in pratica raggiunse il massimo storico e si mantenne costante o senza subire variazioni di rilievo fino a tutto il II secolo a.C. A partire dal I secolo a.C. comincia un rapido e progressivo spopolamento che dura fino al II secolo d.C. Nel III e IV secolo d.C. la campagna è quasi del tutto spopolata e nella seconda metà del IV o agli inizi del V secolo d.C. viene completamente abbandonata per sempre. Il processo di spopolamento è rappresentato nel quadro seguente:
III sec. a.C., 1;
II sec. a.C., n. 2;
I sec. a.C., n. 38;
I sec. d.C., n. 10;
II sec. d.C., n. 45;
III sec. d.C., n. 7;
IV sec. d.C., n. 8.
Per 17 insediamenti non si hanno dati sufficienti per determinarne la loro scomparsa.
Dai dati cronologici disponibili si è rilevato che la vita degli insediamenti é durata abbastanza a lungo, mediamente circa 500 anni. Dallo schema seguente sipuò osservare la durata della vita in secoli di 111 siti, ai quali è stato possibile dare un inquadramento cronologico attendibile:
nove secoli, 1 sito;
otto secoli, 4 siti;
sette secoli, 9 siti;
sei secoli, 22 siti;
cinque secoli, 36 siti;
quattro secoli, 17 siti;
tre secoli, 20 siti;
due secoli, 3 siti.
Considerato che suappena 3400 ettari di territorio ci sono 141 insediamenti del periodo punico-romano, si arriva a una densità media di 4,1 siti per chilometro quadrato. Una densità media molto alta, nonostante una parte considerevole di questa superficie risulta non insediata, perché coperta dai numerosi specchi d’acqua delle paludi. La sola palude di Sa Ussa, la più estesa, occupa una superficie di oltre un chilometro quadrato. Non trascurabile è anche la superficie occupata dal bacino fluviale del Rio Mogoro, cioè tutta la zona di S’Isca, come pure quella occupata dal centro urbano, sebbene anche questa siamo a conoscenza che fosse insediata, ma sono pochi i siti documentati, perché la maggior parte risultano occultati dalle strutture edilizie e dalle strade. La parte di territorio più ricca di insediamenti é compresa nella zona di Murera, dove in un’area di circa 150 ettari se ne contano 26, con una densità di 17 siti per chilometro quadrato. Dopo il completo spopolamento del territorio, avvenuto, come si diceva, nel basso impero romano, non si sono trovate tracce del periodo vandalico e bizantino. Per diversi secoli, non sappiamo quanti, la nostra campagna si trovò in uno stato di completo abbandono e i ruderi delle vecchie fattorie e ville vennero probabilmente invase dai rovi e dalla vegetazione, come il resto della campagna circostante.
In tutta questa desolazione rimase in vita solo un insediamento o un piccolo borgo, localizzato nel centro abitato attorno alla chiesa di San Pietro, che sarà destinato a ingrandirsi e da cui avrà origine il centro urbano di Terralba. Questo si é potuto accertare per il fatto che recentemente, nell’autunno del 1994, in via Baccelli, a fianco del Municipio, é stato effettuato un vasto e profondo scavo per la costruzione di una casa da cui é venuto alla luce abbondante materiale archeologico, soprattutto frammenti ceramici, che hanno dimostrato la continuità di vita di questo sito a partire dal periodo punico e quindi proseguire, forse senza soluzione di continuità, fino al periodo giudicale e poi con alterne vicende fino ai giorni nostri. Sempre nella stessa area, precisamente in via Gramsci, nell’estate del 1995 era stata aperta una profonda trincea per la messa in opera di tubi della rete idrica, e durante questi lavori erano state occasionalmente distrutte alcune tombe, il cui corredo funerario andato in frantumi e disperso, comprendeva anche ceramiche in sigillata chiara D africana, prodotte nel Nord Africa, probabilmente nella Tunisia, e riferibili cronologicamente a un periodo compreso tra il IV e il VI secolo d.C. Intanto il borgo di Terralba col passare del tempo cresceva demograficamente, ma la campagna dopo il suo abbandono non sarà mai più ripopolata e i nuovi contadini, forse per motivi di sicurezza, preferirono vivere concentrati nel centro abitato. Da questo momento probabilmente comincia anche il lento e progressivo spoglio dei vecchi ruderi, di quelle che un tempo furono le fattorie punico-romane, per recuperare il materiale da costruzione da riutilizzare per le fondamenta delle case di Terralba, dal momento che questo territorio é privo dì pietre naturali e quindi era più conveniente spogliare i vecchi ruderi piuttosto che prelevare le pietre dal vicino Monte Arci, anche se a linea d’aria dista appena quattro chilometri. Il recupero delle pietre di questi ruderi é durato fino ai primi decenni di questo secolo e ciò è stata la causa principale della mancanza di costruzioni conservate in elevato in questo territorio, anche se in realtà le opere monumentali dovettero essere abbastanza rare, tranne forse qualche villa. Sappiamo che le fattorie erano costruite con i muri in mattoni crudi e solo le fondamenta e la zoccolatura erano in pietre, così come le vecchie case di Terralba.
Agli antichi contadini di Terralba, tutta quella zona sabbiosa che rimane a sud-est della grande palude di Sa Ussa, attualmente prosciugata, doveva apparire disseminata di vecchi ruderi e, non a caso, le veniva attribuito il toponimo di Murera. In questa zona infatti, come si è detto, è stata riscontrata la più alta concentrazione di insediamenti punico -romani di tutto il territorio. I toponimi hanno dei significati ben precisi, anche se spesso difficili da decifrare, generalmente ci indicano particolarità significative e notevoli del paesaggio, che possono essere di natura geografica, fisica, pedologica e antropica. Ci sono altri toponimi nel nostro territorio che hanno una chiara derivazione archeologica, come “Su Cungiau de is Domus Beccias” che significa “Il campo delle vecchie case”, da cui prende nome un vasto rione che rimane a sud-ovest del centro abitato. In questo rione, in via Petrarca, all’altezza tra via Monti e via Foscolo, fino agli inizi degli anni Sessanta era ancora ben visibile il rudere di una costruzione in calcestruzzo romano (opus caementicium), relativo ad un grande impianto termale di una villa romana, il quale è stato completamente distrutto e cancellato per far posto alle abitazioni moderne. Una situazione analoga la si ritrova nella zona di San Giovanni, il cui toponimo “Coddu is Domus” attualmente corrotto in “Coddu e Damas”, anche questa zona ricca di testimonianze punico-romane, dove si possono vedere ancora le rovine della villa romana omonima e di numerosi altri insediamenti rurali del periodo punico-romano. Altro toponimo significativo è Bau Angius, che significa “guado dei bagni o delle terme”, e si riferisce a un antico tracciato stradale, tutt’ora in uso, che attraversava il Riu Mannu e il Riu Sitzerri, due fiumi che scorrevano vicini e paralleli. In quella zona, la strada probabilmente passava vicino a qualche impianto termale relativo a una villa rustica, di cui non ne conosciamo l’ubicazione. Un’altra zona molto ricca di testimonianze punico-romane è Candellaris, il cui toponimo, ancora di derivazione archeologica, significa lucerne, probabilmente riferito al ritrovamento di questi manufatti, relativi forse a qualche deposito votivo. Si potrebbe riferire anche a una necropoli, nei cui corredi funerari non potevano mancare le lucerne. Anche il canonico Giovanni Spano, nel suo Bullettino Archeologico Sardo del 1858, ci informa che nello stesso anno ebbe occasione di fare una visita a Terralba, assieme al suo collaboratore Vincenzo Crespi, dove effettuò lo scavo di cinque tombe di epoca romana imperiale, fornite di un ricco corredo funerario, presso le località di Sa Ussa e di Tistivillus. Della località Tistivillus si è persa la memoria sia del nome che della sua ubicazione, ma il suo toponimo indica chiaramente che si tratta di una località riferita alla presenza di una necropoli, infatti il termine “tistivillus” significa stoviglie, vasi o broche, con riferimento ai corredi funerari in ceramica.
Cogliamo l’occasione per ringraziare il Direttore e tutta la redazione di “Terralba ieri & oggi” per lo spazio che ci viene concesso. Da tanti anni ormai questa rivista è il punto di riferimento culturale più importante dei Terralbesi. Questo nostro lavoro é finalizzato a promuovere la conoscenza delle testimonianze che il nostro territorio conserva di un lontano passato e che vanno ben oltre la storia dei documenti scritti. Ci auguriamo che questo venga recepito dai nostri concittadini, ma soprattutto dai nostri amministratori, affinché adottino tutte quelle misure atte a garantire la salvaguardia e la tutela di quello che ancora resta del nostro ricco patrimonio archeologico.
Gino Artudi – Sandro Perra
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