CON L’ARRIVO DELL’AUTUNNO E LA CADUTA DELLE FOGLIE DELLA VITE, VERSO METÀ NOVEMBRE
INIZIAVANO I LAVORI DELLE VIGNE A TERRALBA. ERA UN PERIODO IMPEGNATIVO, FATTO DI FATICA, ESPERIENZA E TRADIZIONI TRAMANDATE DA GENERAZIONE IN GENERAZIONE

La prima operazione era l’aratura del terreno.
Prima dell’arrivo dei trattori gli aratri venivano trainati dai cavalli.

In seguito si procedeva con la scalzatura della terra lungo i filari, chiamata nel dialetto locale Scratzai. Questo lavoro veniva svolto con la zappa (sa marra lada) e serviva a eliminare le radici superficiali (brabas de sòbi) e le erbacce, favorendo così la crescita delle radici più profonde e consentendo una maggiore raccolta delle acque piovane durante l’inverno.
Era un’attività lunga e faticosa, perché veniva eseguita a mano per tutta la lunghezza della vigna.

A metà dicembre iniziava la prima potatura della vite, Sragastadura. Il vignaiolo selezionava i tralci migliori in base alla forza e alla salute della pianta: nelle viti più giovani si lasciavano una o due pertiche, mentre in quelle adulte se ne potevano lasciare anche quattro o cinque.

Il metodo tradizionale di allevamento della vite nelle campagne terralbesi era quello ”ad alberello”, particolarmente adatto al clima caldo e ventoso del territorio. Il ceppo rimaneva basso e riusciva a sostenersi senza supporti. In tempi più recenti si è diffuso anche il sistema “a spalliera”, nel quale i tralci vengono sostenuti da pali e fili di ferro, consentendo una migliore esposizione solare, e favorendo la meccanizzazione delle lavorazioni.

Con il sistema a spalliera si utilizzava anche un diverso tipo di potatura, chiamato in dialetto pudoni e carriadroxia. In questo caso si lasciavano due pertiche: una corta con tre gemme e una più lunga con sette o otto gemme. L’anno successivo i ruoli si invertivano.
Durante la potatura, si eseguiva anche un’altra importante operazione, chiamata scroxiobatura: veniva eliminata la vecchia corteccia della vite, dove potevano nascondersi insetti, come la cocciniglia. Si rimuovevano inoltre le parti secche o marce della pianta, per prevenire malattie e infestazioni. Talvolta, all’interno del tronco poteva annidarsi anche il tarlo (su serroni ), capace di seccare completamente la vite. L’arnese utilizzato per eseguire queste operazioni veniva chiamato “marrapiccu”, ossia una piccozza dotata di una zappetta e di una piccola ascia. Per combattere la cocciniglia si effettuavano trattamenti antiparassitari nel mese di gennaio, generalmente ripetuti due volte a distanza di circa due settimane.

Tra la fine di febbraio e i primi di marzo si eseguiva una seconda potatura, lasciando solamente due o tre gemme sui tralci scelti, più quella in prossimità della pianta, chiamata in dialetto (s’ogu de su bragheri ). In alcune varietà di uva da tavola si lasciavano tralci più lunghi, chiamati Sa daghitta o carriadroxia.

Con l’arrivo della primavera si procedeva a una nuova aratura, chiamata in dialetto a torrai terra. Questa lavorazione serviva a rincalzare e arieggiare il terreno. Successivamente, con la zappa, si sistemavano i solchi lasciati dall’aratro. Con l’evento della meccanizzazione, il lavoro venne alleggerito grazie all’introduzione della motozappa.

Nel frattempo la vite riprendeva vita, e iniziavano a comparire i nuovi germogli. Da metà aprile cominciavano anche i trattamenti anti parassitari, contro le principali malattie della vite. Una delle più temute era l’oidio, chiamato in sardo su pinni, una malattia fungina che colpisce foglie e grappoli. Per prevenirlo si utilizzava lo zolfo; in dialetto quest’operazione era conosciuta come tzrufuradura. Contro la peronospora, altra grave malattia della vite, si usavano invece prodotti a base di rame, come la poltiglia bordolese, costituita da calce e solfato di rame. Il liquido ottenuto veniva distribuito con una pompa a spalla, operazione chiamata “liquidadura”.

Sa tzrufuradura
Ci si alzava molto presto per essere in vigna appena albeggiava, operazione che in alcuni casi poteva impegnare tutta la famiglia. Con piccoli sacchetti di iuta riempiti di zolfo in polvere si percorrevano i filari scuotendo il sacchetto sopra le viti. Si partiva presto perché i pampini della vite dovevano essere umidi della rugiada notturna, affinché lo zolfo si attaccasse alle foglie, ed era inoltre necessario evitare il vento che iniziava a sollevarsi poco dopo l’alba, compromettendo il lavoro e sollevando la polvere di zolfo fino agli occhi, causando una notevole lacrimazione dell’operatore.

I trattamenti liquidi
Con un secchio “cracida” si attingeva l’acqua dal pozzo e la si mescolava con la polvere azzurra del solfato di rame all’interno dei recipienti in pietra, chiamati “lacus“, oppure in contenitori di metallo fatti costruire appositamente da un lattoniere per le operazioni di liquidatura. Quando l’operaio con la pompa terminava il liquido, bisognava affrettarsi a riempirgliela nuovamente, trasportando il preparato tramite il contenitore, di misura per eccellenza: su decalitru. Oggi naturalmente, questi lavori vengono svolti con mezzi meccanici e pompe montate su macchinari, rendendo il lavoro meno pesante. Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno si sistemavano i filari: i tralci troppo lunghi venivano legati o spuntati, operazione chiamata “spetzatura”. Questo serviva a facilitare il passaggio tra i filari, durante i trattamenti e per evitare sprechi del prodotto. Durante l’estate si continuava a controllare la presenza di parassiti, come la cocciniglia, facilmente riconoscibile per la presenza di formiche e di una sostanza appiccicosa sui tronchi.

Se non trattata, poteva compromettere l’intero raccolto. Poi si attendeva con pazienza la maturazione dell’uva, continuando a mantenere pulita e ordinata la vigna. Infine arrivava settembre, il periodo più atteso: la vendemmia, Sa Binnenna. Con il mostimetro, ma soprattutto con l’esperienza, si controllava la maturazione e il grado zuccherino dell’uva, e quando questa era pronta, iniziava la raccolta.

Dopo tanto lavoro, l’attività si spostava in cantina: pigiatura, torchiatura, e la fermentazione aveva inizio nel tino, chiamato (cubidina), riempimento delle botti.

E dopo alcune settimane … Il ciclo ricominciava da capo.
Terralba, 14 maggio 2026
Efisio Pianti
