Intorno al 300 a.C. anche nella Sardegna cartaginese si iniziò a coniare le prime monete in bronzo, con notevole ritardo rispetto ad altre regioni del Mediterraneo, come Spagna Grecia Sicilia Magna Grecia ed Etruria.
Le emissioni sarde rispettavano la tipologia tradizionale cartaginese, caratterizzata al dritto dalla testa femminile con corona di spighe e al rovescio dalla protome equina. La testa femminile è stata variamente attribuita a Astarte/Kore.
La protome equina è il soggetto più comune della monetazione cartaginese e rappresenta uno dei suoi simboli, legata alla storia della fondazione della città. Secondo la tradizione, durante i lavori di scavo per gettare le fondamenta delle prime costruzioni, venne alla luce un teschio di cavallo e, da allora, questo animale divenne l’emblema della città.
La zecca punica di Sardegna rimase in attività per oltre un sessantennio, fino al 238 a.C., anno in cui l’isola passò sotto il dominio romano. In seguito, nel 216 a.C., in occasione della rivolta di Ampsicora contro i Romani, la zecca riprese per breve tempo la propria attività.
Lo studio della monetazione sardo-punica ebbe inizio nel secolo scorso, ma i maggiori progressi si sono registrati negli ultimi anni, grazie alle ricerche di L. Forteleoni e E. Acquaro, e, successivamente, di P. Bartoloni, G.Lulleri e C. Perra, cinque illustri studiosi che hanno dato un contributo notevole alla conoscenza di questa materia, che presenta tuttora numerose problematiche rimaste senza risposta.
Per una descrizione metodica della monetazione sardo-punica nel nostro testo faremo riferimento alla catalogazione, organizzata per serie, realizzata da Lorenzo Forteleoni. Nonostante siano ormai trascorsi diversi decenni dalla pubblicazione del suo libro Le emissioni monetali della Sardegna punica, quest’opera rimane, nel suo genere, una delle più importanti.

Fig. 1 – SERIE IA Forteleoni
Numerale maggiore (264-241 a.C.)
Dritto: testa di Kore rivolta a sinistra.
Rovescio: protome equina rivolto a destra.
Peso medio: g 15,30; metallo: bronzo.
Le monete della serie IA, pur presentando le stesse figure sia al dritto sia al rovescio del successivo nominale minore, la serie IB, risultano molto meno comuni. Si differenziano da quest’ultima per il peso medio, circa tre volte maggiore, e per il diametro, poco meno di un terzo più grande.

Fig. 2 – SERIE IB Forteleoni
Numerale minore (300-264 a.C.)
Dritto: testa di Kore rivolta a sinistra.
Rovescio: protome equina rivolto a destra.
Peso medio: g 5; metallo: bronzo.
Le monete della serie IB sono le prime coniate in Sardegna e hanno avuto una larga diffusione; sono infatti abbastanza comuni.
Non tutte le monete rinvenute in Sardegna appartenenti a questa serie sembrano, tuttavia, potersi attribuire alla zecca sarda. Monete identiche sono diffuse anche in Nord Africa e, soprattutto, in Sicilia.
Queste monete sono state spesso rinvenute nelle necropoli puniche di Tharros, Karalis e Sulci, deposte in tombe del IV secolo a.C. e associate a monete siculo-puniche.

Fig. 3 – SERIE II Forteleoni
(264-241 a.C.)
Dritto: testa di Kore rivolta a sinistra.
Rovescio: cavallo stante rivolto a destra.
Peso medio: g 7; metallo: bronzo.
Alcuni esemplari della serie II si differenziano per una qualità tecnica e stilistica migliore e potrebbero essere stati prodotti dalla zecca metropolitana cartaginese, oppure coniati in Sardegna da maestranze specializzate itineranti provenienti da Cartagine o dalla Sicilia.
Il più grande ripostiglio di monete di questa serie fu scoperto a Terralba nel mese di maggio del 1961; di questo ritrovamento parleremo più avanti.

Fig. 4 – SERIE III Forteleoni
(264-241 a.C.)
Dritto: testa di Kore rivolta a sinistra.
Rovescio: cavallo stante rivolto a destra, talvolta a sinistra, retrospiciente.
Peso medio: g 15; metallo: bronzo.
Tutte queste monete sono state riconiate sui tipi della serie IA (fig. 1), probabilmente in un momento di grave crisi economica, verificatasi durante la guerra contro Roma.
La riconiazione, in questo caso, era giustificata dalla necessità di aumentare il valore della moneta originale, che veniva così ad assumere, presumibilmente, un valore maggiore. Ciò sarebbe confermato anche dalla presenza, sul rovescio, del numero due in caratteri punici.
Le monete riconiate, pur offrendo alcuni vantaggi dal punto di vista economico, sotto il profilo estetico lasciano molto a desiderare: infatti, le nuove immagini spesso si sovrappongono e si confondono con quelle precedenti.
Il canonico Giovanni Spano, che fu uno dei primi studiosi ad avvicinarsi nel IXX secolo allo studio della numismatica sardo-punica, descriveva così l’aspetto curioso di queste monete riconiate: «Le figure sembrano fatte espressamente per ischerzo».

Fig. 5 – SERIE IV-A Forteleoni
Nominale maggiore (264-241 a.C.)
Dritto: testa di Kore rivolta a sinistra.
Rovescio: cavallo stante rivolto a destra; sullo sfondo, albero di palma.
Peso medio: g 15,20; metallo: bronzo.
Questa moneta è stata ribattuta sul numerale della serie IA (fig. 1), come la precedente serie III.

Fig. 6 – SERIE IV-B Forteleoni
Nominale minore (264-241 a.C.)
Dritto: testa di Kore rivolta a sinistra.
Rovescio: cavallo stante rivolto a destra; sullo sfondo, albero di palma.
Peso medio: g 7; metallo: bronzo.
La moneta della fig. 6 é stata ribattuta sulla serie II (fig. 3).

Fig. 7 – SERIE V-A Forteleoni
Nominale maggiore (241-238 a.C.)
Dritto: testa di Kore rivolta a sinistra.
Rovescio: tre spighe di grano, legate in basso; in alto falce lunare e globo astrale.
Peso medio: g 7; metallo: bronzo.

Fig. 8 – SERIE V-B Forteleoni
Nominale minore (241-238 a.C.)
Dritto: testa di Kore rivolta a sinistra.
Rovescio: tre spighe di grano, legate in basso; in alto, falce lunare e globo astrale.
Peso medio: g 2,7; metallo: bronzo.
La raffigurazione delle spighe costituisce un simbolo nuovo nella monetazione sardo-punica e si discosta notevolmente anche dalla tradizionale simbologia cartaginese.
Le serie V-A e V-B furono emesse alla fine della prima guerra punica, nel 241 a.C., in un momento economico, politico e militare particolarmente delicato per Cartagine, alle prese con la rivolta dei mercenari in Sardegna e in Africa (241-238 a.C.).
Per la prima volta nella sua storia monetale, per la maggior parte delle monete della serie V-A si dovette ricorrere al procedimento della fusione, anziché a quello della coniazione, normalmente utilizzato per tutte le altre serie monetali.
La raffigurazione delle spighe può essere interpretata come un tentativo di Cartagine di mantenere buoni rapporti con i Sardi, in un momento in cui ne aveva particolarmente bisogno: un omaggio simbolico, un esplicito riconoscimento per l’importante ruolo svolto dall’isola nella produzione del grano, destinato a sfamare la metropoli e il suo esercito di mercenari.

Fig. 9 – SERIE VI Forteleoni
(216-215 a.C.)
Dritto: testa di Kore rivolta a sinistra.
Rovescio: toro stante rivolto a destra; in alto, astro radiato.
Peso medio: g 4,90; metallo: bronzo; g 4,5; metallo: oro.

Fig. 10 – SERIE VII Forteleoni
(216-215 a.C.)
Dritto: testa virile imberbe, diademata, rivolta a sinistra.
Rovescio: toro stante rivolto a destra; dietro, al centro, una spiga.
Peso medio: g 7,3; metallo: potin e bronzo.
Le serie VI e VII furono emesse fra il 216 e il 215 a.C., in un momento storico particolare.
All’epoca la Sardegna era già da oltre vent’anni sotto il dominio romano e in molte zone dell’isola regnava il malcontento per gli esosi tributi che le popolazioni erano costrette a versare al fisco di Roma.
Una parte di esse, con l’aiuto di Cartagine, si rivoltò contro i nuovi dominatori e, per autofinanziarsi, ricorse alla coniazione di moneta per proprio conto.
Il toro raffigurato sul rovescio di queste serie costituisce una figura nuova nella monetazione sardo-punica, di chiara matrice autoctona, legata alla particolare venerazione che questo animale ha avuto in Sardegna fin dall’epoca preistorica.
Sul dritto della serie VI oltre alla testa virile imberbe è raffigurata talvolta Kore, a significare la perfetta fusione di ideali e interessi che, in quel momento, accomunava Sardi e Cartaginesi.
Ampsicora era il capo delle popolazioni sarde coalizzate nel tentativo di scacciare i Romani dall’isola: un personaggio storico che, per noi Sardi, è diventato quasi un mito, simbolo della lotta contro l’oppressore.
In verità, di lui si sa molto poco e quel poco che conosciamo ci è stato tramandato dai suoi stessi nemici, cioè i Romani, attraverso Tito Livio, uno dei più grandi storici latini.
Ampsicora forse era un Sardo punicizzato, un ricco proprietario terriero che aveva le sue proprietà nell’Oristanese nell’area di Cornus, presso il basso corso del Tirso.
Nel 215 a.C. ci furono due scontri fra Sardi e Romani. Il primo ebbe luogo nell’Oristanese, forse nei pressi di Cornus, la città roccaforte degli insorti; il secondo avvenne nel Campidano centrale, tra Sanluri e San Gavino, dove i Sardi, pur essendo più numerosi ma meno organizzati dei Romani, subirono una tragica disfatta, lasciando sul campo di battaglia numerosissimi morti, fra cui Iosto, figlio di Ampsicora.
Questi, affranto dal dolore per la morte del figlio e per l’esito disastroso della battaglia, che aveva pregiudicato la possibilità di riconquistare la libertà, non esitò a togliersi la vita.
La documentazione storico-numismatica parla piuttosto di emissioni collegate al contesto della rivolta e alla politica cartaginese in Sardegna. Una fonte specialistica descrive addirittura la serie VI come emissione di autorità cartaginese, datata circa al 216 a.C.
Le monete fatte coniare in questo contesto storico ebbero una circolazione molto breve e risultano maggiormente diffuse nei centri direttamente coinvolti nella rivolta antiromana, come Cornus, la Barbagia, l’Oristanese, compresa Terralba, Perdasdefogu e il Sulcis.
La serie VI (fig. 9) fu coniata anche in oro, ma solo in pochissimi esemplari, tanto che le collezioni pubbliche e private della Sardegna ne sono sprovviste.
Una di queste monete risulta depositata presso il British Museum di Londra; un’altra, citata da Muller, grande studioso di numismatica punica del 1800, si trovava a Parigi.
La serie VII, poco diffusa, fu coniata in bronzo e in una lega di rame a basso titolo d’argento, chiamata potin.
La testa virile diademata, al posto della dea Kore, è un elemento molto raro nella monetazione punica e trova confronto diretto solo nelle emissioni ispano-puniche di Cartagena, probabilmente sul diritto l’immagine della divinità raffigurata é Apollo.
LA PRODUZIONE DELLE MONETE
Dopo aver passato brevemente in rassegna le poche serie monetali puniche attribuite alla zecche Sarde, passiamo a esaminare gli altri aspetti che le riguardano più in generale.
La preparazione della moneta avveniva in tre fasi.
La prima operazione consisteva nella preparazione dei tondelli, che si ottenevano facendo colare il metallo fuso in apposite formelle, ricavate in una lastra di pietra o di terracotta e collegate in serie da un canaletto.
Dopo che il metallo si era solidificato, si sfornavano i tondelli ancora uniti tra loro e si procedeva alla loro separazione, tagliandoli con delle cesoie o con un’ascia. L’operazione veniva eseguita con poca cura, tanto che la maggior parte delle monete presenta sporgenze laterali.
La seconda operazione, la più delicata e impegnativa, che richiedeva abilità e maestria da parte di persone qualificate, consisteva nella preparazione dei coni monetari, costituiti da due parti separate e distinte, una per ciascuna faccia della moneta.
Il conio relativo al dritto veniva incassato in un’incudine fissa; l’altro, relativo al rovescio, veniva applicato a un punzone mobile, sul quale venivano battuti i colpi del martello.
La terza fase consisteva nella vera e propria coniazione. Il tondello veniva surriscaldato per renderlo più malleabile; quindi veniva posizionato sull’incudine, sopra la quale si appoggiava il punzone mobile. Il tondello, incassato fra i due coni, veniva poi colpito con il martello fino a imprimervi le immagini.
La maggior parte della monetazione sardo-punica è caratterizzata da un’esecuzione grossolana; sono infatti rare le monete esenti da difetti di conio.
Probabilmente, il delicato momento economico e militare che attraversavano Cartagine e la Sardegna in quel frangente, insieme alla necessità di assicurare la paga ai numerosi soldati mercenari di stanza nell’isola, imponeva alla zecca di lavorare in condizioni disagiate e con grande rapidità, naturalmente a discapito della qualità e senza un adeguato supporto tecnico, sia in termini di personale altamente qualificato sia di attrezzature.
I difetti più comuni che si riscontrano nelle monete e che ne pregiudicano l’aspetto estetico sono molteplici.
Oltre alle sporgenze del contorno, di cui si è già parlato, sono frequenti i casi in cui le figure presentano un doppio contorno, causato dallo slittamento del punzone mobile sotto i ripetuti colpi del martello.
Nella maggior parte delle monete, le figure del dritto risultano decentrate rispetto a quelle del rovescio, a causa di un’imprecisa centratura del conio.
Meno comuni, invece, sono i casi in cui le monete presentano la stessa figura su entrambe le facce: una normale, in rilievo, e l’altra incavata, tipica delle monete incuse.
Il fenomeno si verificava quando, per distrazione del personale che operava nella zecca, la moneta precedentemente coniata veniva dimenticata incastrata in uno dei coni. Di conseguenza, l’esemplare successivo veniva impresso in modo anomalo, presentando il difetto appena descritto.
Lo stato di precarietà in cui doveva operare la zecca è evidenziato soprattutto dalla difficoltà di sostituire o rigenerare i coni usurati, ormai non più in grado di imprimere efficacemente le immagini.
Una grande percentuale di monete presenta il difetto del cosiddetto “conio stanco”, con figure prive di rilievo e di plasticità, quasi illeggibili.
Oltre alle anomalie suddette, dovute alla coniazione e molto più accentuate rispetto a quelle riscontrabili in altre monetazioni coeve, come quella greca e romana, la monetazione sardo-punica si differenzia anche per una più marcata oscillazione ponderale, spesso riscontrabile tra esemplari della stessa serie.
Inoltre, essa è carente di tutti quegli elementi accessori indispensabili per un preciso inquadramento storico, cronologico e topografico, come la scrittura di parole complete, il ritratto di personaggi storici e le rappresentazioni commemorative e celebrative, di cui è invece particolarmente ricca la monetazione romana.
La monetazione sardo-punica, pur non essendo del tutto priva di scrittura, presenta generalmente soltanto lettere singole o, al massimo, gruppi di due lettere. La loro utilità ai fini dell’interpretazione è, tuttavia, ancora molto limitata, dato che non si è riusciti a comprenderne con certezza il significato preciso.
Sono state formulate diverse ipotesi sul significato di queste lettere: potrebbero indicare le iniziali dei magistrati monetari, le iniziali delle città sedi delle zecche oppure sigle convenzionali relative alle emissioni.
Tutte le serie monetali sono inoltre caratterizzate dalla presenza di numerosi simboli accessori, pertinenti alla sfera religiosa punica, come la falce lunare, l’astro radiato, il globo, il caduceo e l’albero di palma.
LE ZECCHE CARTAGINESI IN SARDEGNA
Le zecche cartaginesi che operavano in Sardegna non sono state ancora localizzate.
L’impresa non è facile, perché mancano completamente i dati storici e nemmeno la ricerca sul territorio, mirata all’individuazione delle officine monetarie, ha dato finora risultati.
Nelle zecche pubbliche, una volta cessata l’attività, si procedeva alla distruzione sistematica di tutte le attrezzature tecniche che potessero risultare utili alla riproduzione clandestina.
Riguardo alla localizzazione delle zecche, non esiste un’opinione unitaria tra gli studiosi.
L. Forteleoni proponeva l’esistenza di “compagnie itineranti” di maestranze specializzate provenienti da Cartagine o dalla Sicilia, che si portavano appresso anche l’intera officina monetaria.
Di parere opposto era invece Enrico Acquaro, il quale ipotizzava l’esistenza di una zecca ufficiale fissa, con sede presumibilmente a Cagliari, considerata la città punica più importante dell’isola e sede del comando politico e militare.
I RITROVAMENTI MONETALI IN SARDEGNA
I ritrovamenti di monete puniche in Sardegna sono abbastanza frequenti. Di solito avvengono in modo occasionale e fortuito, soprattutto per opera dei contadini, durante le arature o altri lavori sul terreno.
I ritrovamenti possono presentarsi sotto forma di gruzzoli più o meno grandi, detti ripostigli, oppure, più frequentemente, in forma isolata, come monete smarrite o deposte nelle tombe a scopo rituale.
L’occultamento in gruzzoli avviene di solito a causa di gravi pericoli imminenti, come guerre, invasioni o altri eventi tragici; più raramente con lo scopo di tesaurizzare.
I ripostigli rivestono particolare importanza e costituiscono una fonte primaria per lo studio della monetazione antica, grazie alle numerose informazioni che possono fornire. Tra queste vi è la possibilità di risalire alla data dell’interramento e, quindi, di collegarlo agli eventi storici che lo avevano determinato.
Essi consentono inoltre di ottenere dati preziosi sulla circolazione monetaria in una determinata zona e in uno specifico periodo storico.
In Sardegna sono stati rinvenuti numerosi ripostigli; purtroppo, molti sono andati dispersi, mentre altri sono stati recuperati soltanto parzialmente.
IL RIPOSTIGLIO DI TERRALBA DEL 1961
Un ritrovamento eccezionale di monete sardo-puniche fu effettuato a Terralba nei primi giorni di maggio del 1961, nel giardino di un’abitazione privata.
Il ritrovamento avvenne in modo del tutto occasionale, mentre si realizzava un piccolo canale per l’irrigazione di alcuni alberi.
Alla profondità di circa 30 cm affiorò la bocca di un’anfora punica di tipo commerciale, che andò in frantumi sotto il colpo della zappa. Iniziarono così ad affiorare le prime monete.
In quel punto il livello del terreno era stato precedentemente abbassato di circa 50 cm; la terra era stata utilizzata per fabbricare i mattoni crudi con i quali era stata costruita una casa. La parte superiore dell’anfora, quindi, doveva trovarsi originariamente a una profondità di circa 80 cm rispetto all’attuale piano di campagna.
Il ripostiglio conteneva oltre 4.000 monete, dunque un numero di gran lunga superiore a quello del ripostiglio di Pozzomaggiore, ritenuto il più consistente ritrovato in Sardegna, con 2.998 monete, interamente recuperato e pubblicato dal Taramelli.
Il ripostiglio di Terralba, purtroppo, non ebbe molta fortuna e non poté essere acquisito dal competente Museo Archeologico di Cagliari, a causa di una serie di coincidenze negative e non per volontà dello scopritore, che, da parte sua, si adoperò affinché la scoperta venisse presa nella dovuta considerazione.
Parte delle monete sono attualmente custodite presso il museo civico archeologico Villa Sulcis di Carbonia.
Un piccolo numero di monete vennero consegnate al preside della Scuola Media di Terralba. Esse furono esposte in una vetrina della scuola, insieme ad altro materiale archeologico, ma purtroppo alcuni anni fa vennero trafugate.
La maggior parte delle monete del ripostiglio era in ottimo stato di conservazione, poco consumata dall’uso e ricoperta da una leggera patina verdognola.
La tipologia era abbastanza omogenea. La parte più consistente apparteneva alla serie II (fig. 3); ben rappresentata era anche la serie IA (fig. 1), coniata dal 268 al 241 a.C.
Una piccola minoranza apparteneva alle serie IV-A (fig. 5) e IV-B (fig. 6), emesse invece dal 241 al 238 a.C.
Altre monete, in numero molto ridotto, appartenevano a una zecca punica incerta.
La circolazione della monetazione sardo-punica si è protratta molto a lungo nel tempo, forse fino al suo naturale esaurimento.
Sebbene in quantità sempre più ridotta e per uso esclusivamente locale, essa continuò ad avere corso legale per gran parte del periodo romano, forse fino al Basso Impero.
Questo dato sarebbe confermato dai ripostigli di Gonnesa, Siddi e Nurallao, dove, associate a monete del Basso Impero, sono state rinvenute anche monete sardo-puniche.
Durante la Repubblica, monete riferibili alle serie V-B (fig. 8) e VI (fig. 9), rispettivamente quelle con le spighe e quelle con il toro, furono riconiate e riconvertite in valuta romana.
Terralba, 21.09.2026
Gino Artudi
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