Nel campo dell’archeologia Terralba è nota soprattutto per aver dato il nome a una delle culture preistoriche della Sardegna, chiamata di San Ciriaco
L’attribuzione del nome lo si deve all’archeologo Giovanni Ugas, in una sua pubblicazione del 1990, in seguito allo studio di materiali ceramici relativi a questa fase culturale venuti alla luce durante lavori di scavo per la costruzione di uno scantinato di una casa sita in via Milano, nel rione di San Ciriaco. La terra dello scavo, un centinaio di metri cubi, era particolarmente ricca di materiale archeologico e venne smaltita in una vecchia cava di sabbia abbandonata e da lì vennero recuperati i reperti esaminati. Questi materiali Ugas li attribuì alla cultura di San Ciriaco di Terralba e di Cuccuru Is’Arrius di Cabras, perché agli “addetti ai lavori” era noto che questa tipologia di ceramica era presente in quantità significative in entrambi i siti. In seguito, nella letteratura archeologica si è passati a chiamarla semplicemente cultura di San Ciriaco.
L’insediamento preistorico di San Ciriaco è conosciuto fin dai primi anni Settanta del secolo scorso per il ritrovamento di materiali ceramici atipici, che però non trovarono subito una precisa collocazione culturale e temporale.
Che cosa si intende per cultura preistorica? E’ importante per quanto riguarda l’analisi delle sequenze della preistoria sarda, ma non solo, sapere che esistono delle differenze sostanziali relative ai materiali delle attività umane, o anche relative a concetti più astratti riferibili alla sfera del sacro, prodotti dalle comunità preistoriche che nel tempo e nello spazio si sono avvicendate nell’isola. Queste differenze sostanziali concorrono alla classificazione della “cultura”.
La cultura preistorica regionale di San Ciriaco si sviluppa durante il Neolitico medio finale, chiamato comunemente anche Neolitico medio B, inquadrabile negli ultimi tre secoli del V millennio, dal 4300 al 4000 a.C. circa, che in cronologia relativa segue la cultura di Bonu Ighinu, del Neolitico medio iniziale, e precede quella di Ozieri, del Neolitico finale.
La nascita e lo sviluppo della cultura di San Ciriaco è stato un processo unitario e ininterrotto mutuato dalla precedente fase Bonu Igninu. L’aspetto più evidente a rimarcare questa affinità tra le due culture è la tipologia della ceramica.
Il San Ciriaco è ampiamente attestato da nord a sud dell’isola, prevalentemente nel settore occidentale e soprattutto nella pianura del Campidano, mentre risulta quasi del tutto escluso il versante orientale. La maggior parte degli insediamenti sono villaggi all’aperto e le aree maggiormente preferite sono quelle costiere e sub-costiere pianeggianti o di bassa collina; comunque sono attestati anche quelli in grotta, soprattutto nella zona del Sulcis-Iglesiente e nel Sassarese. Diversi insediamenti di questo periodo persistono negli stessi abitati di precedente impianto Bonu Ighinu, come nei siti di San Ciriaco e di Bau Angius di Terralba, ma molti altri sorgono in aree non occupate precedentemente, preferibilmente in zone pianeggianti, più adatte per le attività agricole. Durante il San Ciriaco i villaggi crescono di numero e in ampiezza rispetto alla fase precedente di Bonu Ighinu, e di conseguenza è presumibile che ci sia stato un significativo incremento demografico. In questo periodo sembrerebbe iniziare in Sardegna la vera rivoluzione agricola, che andrà ad incrementarsi in modo più significativo a partire dall’inizio dell’Età del rame.
L’insediamento archeologico eponimo di San Ciriaco è situato nella periferia orientale del paese, lungo un dosso alluvionale fiancheggiante l’alveo sinistro del vecchio corso del Rio Mogoro, deviato negli anni Venti del secolo scorso per la realizzazione della bonifica di Arborea. L’insediamento è di lunga durata e pluristratificato, comincia la sua esistenza durante i primi secoli del V millennio a.C., con la Cultura di Bonu Ighinu e prosegue la sia vita, forse continuativamente, con il San Ciriaco, L’Ozieri, il Sub-Ozieri e per ultimo la cultura di Monte Claro che finisce negli ultimi secoli del III millennio a.C. Da queste sequenze archeologiche possiamo capire che la sua lunga esistenza è durata almeno 2500 anni; ma non è finita qui, perché dopo un’interruzione di circa sei o sette secoli la vita riprende intorno al 1500 a.C. con la nascita di un vastissimo villaggio nuragico che in parte si sovrappone alla parte sud-orientale di quello preistorico e poi si espande in direzione sud- est per decine di ettari.
Il villaggio preistorico di San Ciriaco occupa una vasta superficie di almeno 12 ettari, è localizzato nel rione omonimo e prosegue senza soluzione di continuità spaziale in quello adiacente di Su Mulinu Mannu; circa i quattro quinti della sua superficie ormai è inclusa nel centro urbano, circoscritto dalla seguenti strade: Via Roma, Via Nazionale, Via Bovio, Via Trento, Via Napoli, Via Milano, Via Bologna, Via Don Mocci e il piazzale della chiesa di San Ciriaco.
Questo sito è noto per il ritrovamento di un ripostiglio di bronzi nuragici figurati e d’uso venuto alla luce fortuitamente nel 1951, mentre si effettuavano lavori agricoli nell’orto dell’allora sindaco Severino Lai, situato a Su Mulinu Mannu, a un centinaio di metri a sud della chiesa di San Ciriaco e fiancheggiato attualmente dalla nuova strada Via Don Mocci. Di questo ritrovamento si era interessato il Prof. Giovanni Lilliu, di cui ne diede notizia in una sua pubblicazione del 1953, che lui chiama questa zona S’Arrideli.
Durante l’estate del 1994, il sito di San Ciriaco è stato interessato da una breve campagna di scavo, effettuata nell’area del piazzale della scuola materna, con la direzione scientifica di Vincenzo Santoni, allora direttore della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano e la collaborazione del prof. Tozzi, dell’Università agli Studi di Pisa. Il reperto più importante rinvenuto nel corso di questo scavo è una piccola statuina di Dea madre in terracotta, frammentaria, mancante della testa e di tutta la parte inferiore del corpo. La statuina presenta le braccia conserte e le dita delle mani unite. Questa tipologia di Dea madre, caratterizzata dalla postura delle braccia piegate sul petto è comunemente attribuita al San Ciriaco.
Nel 2007, nel sito di San Ciriaco, più precisamente a Su Mulinu Mannu, si è effettuato uno scavo archeologico d’urgenza, che ha interessato un’area destinata all’espansione dell’edilizia urbana (ex orto di Severino Lai). I lavori di scavo furono diretti dal Prof. Carlo Lugliè, docente di Preistoria e Protostoria presso L’Università agli Studi di Cagliari e dalla supervisione della dott.ssa Emerenziana Usai, della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano. La maggior parte dei materiali provenienti da questo scavo, che ha interessato un’area di circa 80 metri quadrati, sono stati recuperati entro due strutture infossate; si tratta soprattutto di frammenti ceramici appartenenti alla cultura di San Ciriaco, di industria litica in ossidiana e selce, di macine e di pestelli in pietra basaltica, di ossa di animali d’allevamento quali bovini, pecore e maiali. C’è da segnalare anche il ritrovamento di resti di pesce. Tra gli oggetti di carattere simbolico è stato recuperato un piccolo frammento di statuina di Dea madre, inizialmente di difficile lettura a causa della sua frammentarietà; in seguito, grazie al rinvenimento di un’altra statuina frammentaria della stessa tipologia, avvenuto nel sito preistorico di Gribaia, in territorio di Nurachi, in sicura stratificazione riferibile al San Ciriaco, si è potuto riprodurne il tipo e l’attribuzione culturale. (C. Lugliè 2014).
Difficoltà dovute alla costante pressione esercitata dal proprietario del terreno per sgomberare in tempi rapidi il cantiere di scavo, non hanno permesso di portare a termine la ricerca nei tempi e nei modi che sarebbero stati necessari. Per superare queste difficoltà è stato necessario asportare per intero alcune grosse zolle di terra rimaste in due strutture infossate, per essere trasportate a Cagliari, nei magazzini della Soprintendenza Archeologica.
In seguito, su queste zolle di terra trasportate a Cagliari, sono proseguite le indagini scientifiche con una tesi di dottorato di tipo paleoambientale, condotta da Mariano Ucchesu, dell’Università agli Studi di Cagliari, dal titolo: “Origini e diffusione dell’agricoltura in Sardegna: studio dei resti vegetali della preistoria”, Anno Accademico 2012-2013”.
In questo lavoro l’autore della tesi prende in considerazione diversi siti archeologici della Sardegna che abbracciano un arco cronologico abbastanza vasto a partire dal Neolitico antico fino al Bronzo finale, contribuendo a dare un quadro conoscitivo abbastanza preciso ed aggiornato dell’agricoltura in Sardegna dalle sue prime manifestazioni fino alla fase più avanzata della civiltà nuragica.
Le tre zolle di terra campionate in laboratorio provenienti da Su Mulinu Mannu, pertinenti alla cultura San Ciriaco, sono state flottate (metodo di separazione dei resti vegetali dal sedimento terroso mediante lavaggio con acqua). Questo procedimento ha consentito di individuare in questi sedimenti 58 reperti vegetali tra integri e frammentari, che si sono salvati per carbonizzazione, appartenenti a 6 diverse specie. Tra i resti di cereali è stato possibile classificare con sicurezza un seme di orzo nudo, il quale risulta finora il più antico rinvenuto in Sardegna. Di numerosi altri semi di cereali non si è potuta diagnosticare la specie a causa della loro frammentarietà. I frutti selvatici attestati a Su Mulinu Mannu sono rappresentati da due semi di fico, da un probabile seme di olivastro e da un probabile pinolo. Questi frutti selvatici costituivano sicuramente una risorsa alimentare non trascurabile per le popolazioni dell’epoca. La vegetazione spontanea è rappresentata dalla malva e da una specie della famiglia del garofano selvatico.
Il fico selvatico è rappresentato unicamente in Sardegna a Su Mulinu Mannu ed a Su Forru de Is Sinzurreddus di Pau, un sito quest’ultimo esclusivamente di cultura San Ciriaco, dove Carlo Lugliè ha scoperto e scavato una piccola necropoli localizzata all’interno di una cavità rocciosa, potendo approfondire le conoscenze funerarie ancora scarsamente conosciute di queste comunità del San Ciriaco. L’olivastro è attestato per la prima volta in Sardegna a Su Mulinu Mannu, mentre il pinolo non ha riscontri altrove.
Dieci anni fa, dal 23 al 25 giugno 2014, si è tenuto il primo convegno internazionale di studi dedicato alla cultura di San Ciriaco di Terralba. L’ideatore e l’organizzatore di questo importante evento culturale è stato Carlo Lugliè, venuto a mancare prematuramente un anno fa, lasciando un grande rimpianto in tutti quelli che l’hanno conosciuto, per le sue doti di umanità e per le sue grandi qualità professionali.
Lo scopo di questo convegno era quello di cercare di mettere a punto le varie problematiche che caratterizzano questa cultura preistorica, conosciuta da pochi decenni, di cui restano ancora molteplici aspetti da chiarire e da approfondire, riguardante i suoi caratteri peculiari e distintivi delle diverse produzioni materiali, come la ceramica, l’industria litica, gli oggetti di carattere simbolico e sacro, ma anche altri aspetti come lo sfruttamento delle risorse del territorio, l’economia produttiva, le tipologie delle sepolture etc. All’evento avevano partecipato circa cinquanta studiosi provenienti dalla Sardegna, dall’Italia e da altri paesi del mondo, la maggior parte specialisti di problematiche riguardanti le prime comunità agricole del Mediterraneo occidentale.
Di questo convegno era prevista la pubblicazione degli atti, ma purtroppo questo non è avvenuto. Molte sono state le novità di grande interesse presentate dai vari relatori. Un intervento molto importante era stato fatto da Carlo Lugliè e da una sua allieva, la dott.ssa Laura Fanti, riguardante la più antica attestazione scientifica della produzione del formaggio in Sardegna, risalente ad oltre seimila anni fa. La scoperta è stata fatta esaminando le tracce chimiche di residui organici assorbiti nella matrice porosa di alcuni vasi appartenenti alla cultura di San Ciriaco, recuperati presso l’insediamento preistorico di Bau Angius, nel nostro territorio. Questi vasi sono stati sottoposti ad uno studio molto avanzato e complesso di estrazione di molecole di sostanze organiche rimaste intrappolate nel vaso durante la cottura del latte, usato sicuramente per la produzione del formaggio e dei suoi derivati.
Un altro insediamento preistorico di notevole importanza per la sua estensione e per la ricchezza dei materiali è quello di Bau Angius, ubicato a circa quattro chilometri a sud del centro urbano di Terralba. Si estende per una lunghezza di circa un chilometro in direzione sud-ovest lungo i dossi sabbiosi che fiancheggiano il vecchio alveo della riva destra del Fluminimannu, per una larghezza variabile dai 200 ai 400 metri. La sua superficie complessiva (quella attualmente esplorata), dovrebbe essere intorno ai 30 ettari. L’insediamento è pluristratificato e di lunga durata le cui testimonianze più antiche risalgono al Neolitico antico, caratterizzato dalle ceramiche impresse del tipo cardiale tirrenico, risalenti ai primi secoli del VI millennio a.C., segue il Neolitico medio con la cultura di Bonu Ighinu e prosegue con la cultura di San Ciriaco, riccamente attestata; la fase successiva, quella di Ozieri, sembrerebbe quasi del tutto assente, tranne qualche frammento molto sporadico di ceramica. Le testimonianze più recenti risalgono alla fase del Sub-Ozieri, la quale risulta anche la più estesa e la più ricca di materiali, soprattutto ceramici.
A partire dall’ultimo decennio del secolo scorso fino all’inizio di questo millennio presso questo insediamento vi ha operato a lungo una cava per lo sfruttamento della sabbia eolica, causando la distruzione di parecchi ettari di emergenze archeologiche e danni anche di tipo paesaggistico, per la scomparsa delle dune che caratterizzavano questa porzione di territorio. Molto comunque è stato fatto per poter salvare dalla totale dispersione le testimonianze archeologiche. Questo lo dobbiamo soprattutto a Carlo Lugliè, grazie alla sua grande passione per le ricerche in questo territorio, durate oltre un trentennio.
Una quantità rilevante di materiali ceramici provenienti da questo sito, appartenenti soprattutto a vasi di cultura San Ciriaco, sono stati studiati da Carlo e divulgati in diverse pubblicazioni scientifiche, dando un notevole contributo alla conoscenza di questa cultura preistorica, in modo particolare alla sua produzione vascolare, ampliando il repertorio delle forme, molte delle quali risultavano ancora inedite. Anche sotto l’aspetto dei motivi e delle tecniche decorative delle superficie dei questi vasi le conoscenze sono molto progredite, pur restando le decorazioni abbastanza rare. (C. Lugliè, 2000).
Nel sito di Bau Angius i mezzi meccanici che operavano nella cava asportavano il primo strato superficiale di sabbia, circa 50 cm, perché conteneva radici di piante o altre impurità. La superficie che veniva pulita volta per volta si aggirava dai 500 ai 1000 mille metri quadrati. Dopo questa operazione, nel terreno affioravano frequentemente delle piccole fosse di forma circolare o subcircolare aventi un diametro oscillante dai 30 ai 50 cm, una profondità variabile dai 20 ai 40 cm e una distanza l’una dall’altra variabile tra i 5 e i 15 metri. Queste fossette contenevano al loro interno dei vasi in ceramica, scodelle e tazze, comunque forme aperte, esclusivamente di cultura San Ciriaco, impilati l’uno all’interno dell’altro; ogni fossetta conteneva da un minimo di tre o quattro vasi ad un massimo di sei o sette. Questi vasi si presentavano tutti frammentati, sia per il lungo tempo rimasti sepolti, sia per la grande pressione esercitata sul terreno dalle ruote dei pesanti mezzi meccanici. Al momento della deposizione non ci sono dubbi che i vasi fossero integri. La superficie interessata da questo particolare fenomeno è di circa tre ettari, e tutta quest’area apparentemente non presentava le stratificazioni tipiche degli insediamenti abitativi, caratterizzate da presenza più o meno abbondante di ceramica, industria litica e resti di pasto. Tutto ciò porta a far pensare che questo spazio potesse far parte di un contesto diverso da quello abitativo, riferibile forse alla sfera del sacro. Il prosieguo delle ricerche potranno forse dare una risposta a questo quesito. Il numero delle fossette venute alla luce in questo sito di Bau Angius non è possibile quantificarle, ma si tratta comunque di alcune centinaia. Il ritrovamento di queste tipologie di fossette nei siti di cultura San Ciriaco dell’oristanese è attestato anche a San Ciriaco e Su Mulinu Mannu di Terralba, a Gribaia di Nurachi ed a Cuccuru Is’Arrius di Cabras. (L. Fanti, C. Lugliè, A. Usai). Oltre la ceramica queste fossette possono contenere altri materiali, come resti faunistici e malacologici, e strumenti in pietra e in osso.
Gino Artudi
Articolo pubblicato dalla rivista locale “Terralba ieri e oggi” n. 76, agosto 2024..
